Maschile e femminile

l motivo scelto deriva da tante situazioni della mia vita dove mi sono sentita confrontata con pregiudizi nei confronti di qualità, attribuite a uomini o donne, e non viste come qualità esistenti nel mondo, indipendentemente dal genere.

Ho cercato delle pubblicazioni scientifiche attuali per comprendere cosa caratterizzi tradizionalmente il femminile e il maschile, chiedendo anche a un amico che si era occupato più approfonditamente del tema. Avevo in mente che mi ero un po’ ribellata contro la tesi quasi “dogmatica” sentita da parte antroposofica, secondo cui la donna ha un corpo eterico maschile e l’uomo invece femminile.

Mi sono anche chiesta se stia avvenendo un cambiamento nelle femmine e nei maschi nel vivere queste qualità.

Alla fine ho scelto tra le pubblicazioni tre che mi presentavano la conoscenza attuale della ricerca gender: una che si usa alla facoltà di sociologia di Innsbruck, una di Judith Butler, la corifea in questi studi, e una di Gerald Hüther, neurologo tedesco che cita anche Michaela Glöckler. E per caso ho ritrovato tra i miei libri un volume di Gudrun Burkhard, dal titolo Maschio e femmina, che avevo letto già nel 2000 quando era uscito.

Oggi esistono diverse teorie in questo campo. Una afferma che come si sviluppa un maschio o una femmina dipende dall´istruzione scolastica, dal grado di individualizzazione e dalla possibilità di vedere le molteplicità. Secondo loro “stereotipi sessuali sono conserve culturali”.

Così l´identità diventa un processo pieno di tensioni fra il sentire e il volere individuale e le aspettative da diversi componenti sociali. Oggi le femmine hanno sviluppato anche capacità che una volta erano attribuite ai maschi e viceversa, così le posizioni e gli atteggiamenti cambiano.

Lo stereotipo della femmina empatica e sempre adatta alla maternità non trova conferma nelle ricerche di Elisabeth Badinter, sociologa francese. Lo definisce come relitto che ha avuto il suo punto di spicco nei sistemi fascisti, che facevano della maternità un compito eroico e naturale della donna.

Anche il ruolo del padre è in cambiamento, si vuole occupare di più dei suoi figli, ma a volte gli manca l’esempio vissuto, perché il proprio padre era assente.

La facoltà della previdenza e dell’empatia risultano istituzionalmente, non per natura, femminili. Dipende dall’ambiente culturale nel quale si cresce. L’etica della previdenza individuale, secondo le autrici, non è una facoltà femminile, bensì un separarsi dalla fiducia in dio che ancora Kant propagava, cioè una forma moderna dell’etica.

La flessibilità delle donne nella storia risultava dal fatto che non potevano ribellarsi apertamente.

Ci sono anche ricerche sull´androginia che garantirebbe alle persone più possibilità di muoversi nel mondo e una salute psichica potendosi muovere liberamente, ma ci sono anche voci critiche che vedono l’androgine troppo vicino al maschile. Per quello oggi si preferisce parlare di transgender o cross-dressing, ovvero la ricerca di personalità in continuo cambiamento. Dal punto di vista morfologico c´è un continuum tra figura femminile e maschile, fatto affermato dalla biologia.

Tutto quello che succede nell’andamento dello sviluppo umano nel campo biologico viene influenzato e guidato in una certa direzione dalle circostanze sociali, culturali e spirituali di un certo periodo. Nel tempo stesso però c’è anche l`influenza del sostrato biologico – Gerald Hüther la chiama matrice biologica. L’essere umano possiede la libertà di usare le attitudini e di allargare sempre di più il potenziale spirituale e culturale. Lui vede una costituzione più debole nel corpo dei maschi. Consiglia di lasciare loro conoscere molte situazioni nuove, non vederli come risorsa dei propri egoismi ma farli diventare uomini coscienti e autonomi secondo il loro modo di essere.

Il processo di diventare uomini – sempre secondo Gerald Hüther – dal punto di vista biologico si chiude con la maturità sessuale. Ma diventare uomo come individuo va avanti per tutta la vita.

Gudrun Burkhard inizia il suo libro percorrendo la storia e cita la genesi del Vecchio Testamento, dove si parla dell’ermafrodita nel mondo eterico nella sfera tra la luna e la terra che ancora è in contatto con il mondo spirituale.

Caino e Abele rappresentano la polarità tra il femminile e il maschile; Abele ha curato le pecore che secondo la Burkhard sono il simbolo del mondo spirituale. Per quello i figli di Caino sono diventati scienziati, tecnici e artigiani, figli della terra pieni di passione, quelli di Abele e Seth, il terzo figlio di Adamo ed Eva, sono figli degli dei ascetici.

La Burkhard parla inoltre delle differenze biologiche: l’uomo entra più profondamente nel corpo e la donna mantiene maggiormente il contatto con il cosmo e non ha mai perso del tutto il paradiso. L’uomo deve avvicinarsi a questo tramite i suoi sforzi e ha ricevuto come compensazione la terra. Andando avanti spiega tutte le differenze nel dettaglio che qui non posso presentare interamente.

Quando si differenzia anche il corpo animico nasce l’immagine dell’eterno femminile e dell’eterno maschile, anima e animus. A seconda della costituzione corporea nei due generi si sviluppa di più l’animus o l’anima.

L’uomo dovrebbe integrare la sua anima per sviluppare la capacità di amare e di parlare dei suoi sentimenti per collegarsi con la sua spiritualità e cercare una

conoscenza intuitiva per non finire nel maschilismo. Guarisce con l’arte, la religione, la ricerca del suo io vero e con il pensare intuitivo.

La donna deve sviluppare forza di iniziativa ed energia, la capacità di sviluppare idee chiare, di vedere in modo oggettivo e ordinare i suoi sentimenti se integra il suo animus. Curare l’animus vorrebbe dire cercare una collaborazione egalitaria, vivere le sue capacità nel suo lavoro, trovare il suo Leitmotiv.

Alla fine ho trovato che il principio del femminile e maschile esiste indipendentemente dal genere. Le norme che definiscono i ruoli dei generi possono costituire un’armatura intorno all’essere di un giovane e opprimono un sano sviluppo, come mostra la fiaba “Il principe ranocchio”, dove le regole che il padre ha stabilito sono come una cintura di ferro stretta intorno al corpo del principe. Il ragazzo deve spezzare questi legami rompendo la cintura.

La via all’autocoscienza deve svolgersi senza regole che vengono da fuori.

A cura di Monika Mallojer

Riflessioni su “il Tempo”

Sono partita da un disagio personale per poi approfondire le sue sfaccettature attraverso l’esperienza di tutti i giorni.

Il tempo: ho sempre la sensazione di non riuscire a fare tutto ciò che dovrei fare, di essere sempre in ritardo e in affanno, di non avere abbastanza tempo, di non riuscire a passare abbastanza tempo con i bambini. Questo mi procura disagio, mi toglie il fiato e mi sento soffocare, mi sento costretta ad inseguire un impegno dopo l’altro, tutti scanditi dall’orologio,e questo mi affatica e mi stanca. E allora incomincio a pormi delle domande: che cos’è il tempo? il tempo sta dentro o fuori di noi? il tempo è ritmo? è respiro? il tempo è sempre stato vissuto come oggi dagli esseri umani? Vado a guardare al passato, a come nel corso dei secoli l’umanità ha vissuto il tempo.

Nell’antichità il tempo era scandito dall’alternanza delle stagioni e dal susseguirsi del giorno e della notte: questo era il tempo degli astri, un tempo esterno all’uomo e nel quale l’essere umano vive; è un tempo macrocosmico. Anche se guardo alla mia infanzia o al ritmo delle giornate di mio nonno, che era contadino, riscontro ancora un legame con i ritmi stagionali; lui ne veniva guidato nel lavoro e cullato nello scorrere degli anni.Poi faccio l’esperienza con la famiglia di trascorrere le ferie in montagna, senza possibilità di usare la tecnologia come il pc, il telefonino,la televisione, e sperimento come il ritmo di vita sia in sintonia con la natura, col respiro del mondo, ma anche col mio respiro interno. Mi accorgo di sentirmi bene con me stessa e con gli altri, ho un ritmo sonno-veglia regolare e godo della compagnia degli altri e della natura. Questo è il ritmo personale di ogni uomo, il ritmo che regolarizza il suo benessere, che è legato al suo respiro e ai suo personali ritmi fisiologici: è un tempo microcosmico. È un tempo che si intreccia con quello macrocosmico. Dopo questa piccola esperienza durata due settimane torno alla vita di tutti i giorni e mi ritrovo immersa in un mondo che corre,  pieno di tecnologia. Al lavoro in ufficio ritrovo i computer, le stampanti, le luci artificiali,  tanti rumori e gli orari degli impegni da rispettare. I ritmi diventano frenetici, tutto va troppo veloce, mi distraggono le chat, il telefono, i rumori delle macchine che uso per lavorare, non riesco a concentrarmi. I miei ritmi, il mio tempo sono disturbati! Penso che se la mia vita ha un ritmo allora ha un senso. Torno a riflettere su come il tempo era vissuto e scandito dagli uomini nei tempi passati e a come sia differente quello che viviamo oggi giorno. Penso che l’uomo deve aver fatto qualcosa al tempo, e giungo alla conclusione chel’uomo lo ha materializzato. L’essere umano ha voluto appropriarsi sempre più del tempo: da quello macrocosmico e divino, vissuto come un dono degli Dei, l’umanità è passata al tempo agricolo, suddiviso in stagioni che regolava i raccolti e il lavoro nei campi, per arrivare al tempo industriale per la produzione e commercializzazione delle merci diviso in ore, minuti e secondi, per ritrovaci ad oggi al ‘click’, unità di misura che regola la velocità di elaborazione di un computer. C’è stato in questo modo un processo di accelerazione del tempo, che da qualitativo è diventato quantitativo. Le persone lo percepiscono come a servizio della produzione che si basa sulla quantità a scapito della qualità, che è la componente che dona benessere al singolo individuo: quest’ultima si esplica nella presenza di sé nel tempo che si dedica a qualcosa, a qualcuno o a sé stessi. È un silenzio, uno spazio che non viene disturbato né da fuori né da dentro e non una certa quantità di minuti che si susseguono uno dopo l’altro scanditi da un orologio. Il tempo è quindi attenzione, presenza, è l’esserci qui ed ora. Ma oggi l’essere umano vive immerso in questa accelerazione e materializzazione grazie soprattutto all’aiuto delle macchine, in modo particolare dei computer. L’uso costante di queste tecnologie porta l’uomo ad essere sempre più disturbato perché viene distratto da sé stesso e da ciò che sta facendo: quando squilla un telefono, o arrivano messaggi o chat sul cellulare siamo costantemente costretti a distrarci per guardare o rispondere all’apparecchio, per poi doverci ridestare e riconcentrare per tornare a quanto è stato interrotto. Ho notato che sempre più spesso, per rilassarsi o quando hanno tempo libero, le persone guardano il computer o giocano coi videogiochi anziché godersi la natura o la compagni di altre persone, e così passano anche ore in una condizione come se si fosse “fuori dal tempo”, si andasse in una dimensione del tempo che non è né cosmico degli Dei, né microcosmico degli uomini, ma una nuova dimensione del tempo, quella delle macchine. Questo “estraniarsi” dell’uomo dalla realtà porta l’essere umano a perdersi in qualcosa che non ha una dimensione temporale come l’abbiamo intesa fino ad oggi. Ogni singolo individuo per “riappropriarsi” del tempo deve fare appello alla propria volontà, deve voler essere presente in ciò che fa e deve voler trovare calma e spazio interiori che nascono da un proprio ritmo di vita. Il tempo è quindi vita, è qualità della propria presenza con sé stesso e con gli altri. Il tempo è biografia, il modo nel quale ciascun essere umano vive la propria vita, il proprio tempo, che differisce dalla cronologia che sono solo fatti che si susseguono in ordine cronologico.

Poesia   IL TEMPO

Batte batte

Il tempo

Forte forte

Lento lento

Fuori dentro

Fuori dentro

Ora penso?

Micro cosmo

Macro cosmo

Il tempo è biografia

Il tempo è la mia via

a cura di Martina Brandalise

Il respiro

Respiro e libertà. Respiro è libertà!

Ascoltare il proprio respiro e quello dell’altro mette in relazione con una parte molto intima dell’essere umano. Il respiro parla di vita, vita pulsante e di salute sia fisica che emotiva. Un respiro trattenuto o accelerato parla dello stato di disagio o benessere che l’altro mostra o cerca di tenere per sé. Portare attenzione a noi e all’altro attraverso il respiro pone in una condizione di silenzio e di presenza che va all’essenziale di noi. Respiro è essere presenti.

Entrare in contatto con lo spazio del respiro mette a confronto con il nostro spazio di libertà.  Qual è il mio? cosa accade quando mi concedo di ascoltare questo spazio? di cosa mi parla? Ecco, ora mi fermo dove sono e provo a portarlo al centro della mia attenzione. Sento resistenza, sento delle pareti indurite nella zona toracica, appare un lieve timore e non sento libertà ma un elastico un po’ indurito che ha imparato a trattenere, a tenere, uno spazio che ha con-tenuto. Perché tutto questo pensare al respiro? da dove nasce la necessità di entrare in dialogo con lui? Il respiro in qualche modo è sempre stata una tematica che ha richiesto attenzione nella mia vita e si è risvegliata lavorando sulla biografia e i ricordi; inoltre nel mio lavoro, ogni giorno, incontro persone che vivono nella confusione di quale sia il respiro giusto. Ma c’è un respiro giusto? lo si può insegnare? E se il respiro per me è sinonimo di libertà, si può insegnare a una persona ad essere liberi?

Si può solo accompagnare sé stessi e le altre persone a riscoprire con fiducia e presenza il proprio respiro, così che con delicatezza possa cambiare e liberarsi dove non lo è, ed emozionarsi per questo incredibile sistema che ci mette ogni attimo in connessione con il mondo. La respirazione deve essere un fatto naturale e sta al corpo trovare o, meglio, ritrovare il ritmo respiratorio che gli è proprio. Da adulti facendo crescere la consapevolezza si può fare una scelta libera di un buon respiro, ma ciò che viviamo nei primi anni può deviare questa linearità e creare scompensi, disarmonie che vanno fino nel fisico. Quando si incontra l’altro la risposta non è forzare il respiro, ma accogliere in esso tutto il suo mondo e quindi mettersi accanto con il massimo rispetto, come di fronte a qualcosa di profondo e sacro. Il respiro così può riprendere il suo posto d’onore in me, nell’altro e nello spazio tra noi.

In questo ritmo siamo in noi e allo stesso tempo nel mondo. Respiro aria, ma respiro anche vita. Ogni volta che lascio entrare aria in me, vivo e accolgo il mondo e ogni volta che lascio andare dono qualcosa di me. Con le forze dell’antipatia e della simpatia possiamo parlare di ritmo respiratorio perché con la prima espirando affermo me stessa e mi riprendo, con la seconda inspirando accolgo e mi apro all’altro. Ha una funzione sociale e unisce tutto, supera le divisioni perché respiriamo tutti la stessa aria; è gratuitamente accessibile ad ognuno di noi e ci adattiamo, ma in realtà non possiamo fare a meno di un’aria pura. Il respiro, che è movimento e vita, mi permette di muovermi nella polarità lungo il percorso della lemniscata: mi muovo tra me e il mondo, passando da un punto di equilibrio, cioè una pausa che subito dopo mi riporta nel movimento.

La notte inspiro tutto ciò che il cosmo mi dona e il giorno espirando lo porto nel mondo e viceversa di giorno inspiro, faccio tesoro di ciò che vivo, e di notte espirando lo dono al cosmo: sono due movimenti che si compenetrano. Così come i due movimenti che avvengono prima e dopo la soglia: inspiro nella vita terrena ed espiro nella vita celeste, e poi ciò che ho inspirato lì lo espiro nella nuova incarnazione. Respiro e biografia sono strettamente interconnessi e la biografia inizia con un inspiro e finisce con un espiro. Inspirazione è incarnazione, espirazione è disincarnazione.

In questo lavoro si tratta il respiro dal macro (il ritmo della terra) al micro (l’uomo), dalle conoscenze comuni (medicina classica) a visioni particolari (medicina cinese, i pensieri di Françoise Mézières, Rudolf Steiner) che arrivano a volte a ribaltare concetti da sempre accettati e ad allargare lo sguardo, passando dalla mia biografia e da come la tematica del respiro si presenta nella mia storia.

Come scrisse Goethe “nel respiro vi sono due grazie, espirare l’aria e inspirare l’aria. L’una opprime, l’altra distende”.

a cura di Alessandra Pini

Scrivere la libertà

Scrivo la ricerca della mia libertà.

Scrivo chi sono.

E qui vi è gioia e meraviglia.

Come metto insieme tutto questo che è scrivere, il bello e l’entusiasmo del gesto creativo e la libertà?

Da piccola scrivevo nella forma, nel corpo; si modellava il mio stile attraverso la calligrafia, il carattere con il carattere: scrivendo conoscevo il mondo, le altre anime, crescevo tra queste. Le lettere avevano una loro propria qualità che ritrovavo nel come si creavano sul foglio, non erano simboli che davano senso ad altro, il loro unico significato per me era nel segno visibile che vedevo scritto e che portava il carattere di chi le produceva sulla carta.

Lentamente questo gesto che saliva dall’inchiostro si fermava sempre di più nel petto per ascoltare ciò che avveniva, qualcosa di nuovo e strano eppure affascinante, intrigante, ma sentivo difficile riportare ciò che provavo. Vennero in soccorso altri scrittori con le loro parole e fu come magia: più leggevo, più riuscivo a scrivere, la penna tornava a fluire senza più spaventarsi troppo. Questo scambio tra le parole degli altri e le mie fu vera scoperta, feconda ed emozionante, che continuò a lungo.

Da un momento all’altro si infiltrò una diversa consapevolezza, c’era qualcos’altro ancora che arrivava all’inchiostro: erano la complessa meravigliosa vita del mondo dei pensieri, delle riflessioni, delle osservazioni, che si intrecciavano a quel segno colorato del cuore che si sentiva al suo cospetto, piccolo piccolo. Anche qui trovai aiuto in altri pensatori: più conoscevo la filosofia, la storia, la letteratura, più riuscivo a raccogliere ricchezza. Ammiravo ora la logica e la consequenzialità ordinata di questo flusso. Il riuscire a mettere nero su bianco tutto questo era la capacità che sentivo ancor più miracolosa: poter dare visibile concretezza a questi abissi densi e cristallini insieme, significava per me mettere in ordine tutto questo, dare uno svolgimento temporale, una consequenzialità nitida, giungere quasi ad assaggiare la verità.

Mi crogiolavo nel cercare di esprimermi con la maggior chiarezza possibile, che queste parole fossero vere e fidate rappresentazioni di ciò che vedevo: sfogliavo i sinonimi in cerca di un’esattezza quasi maniacale e questo mi piaceva, mi dava grande soddisfazione, come quando da più piccola il gesto scritto  aveva la sua più vera bellezza nella forma e nel colore e ne cercavo la più fedele riproduzione.

Ci sono stati poi momenti nella mia vita da adulta, in cui mi sono dimenticata di scrivere, c’era forse la ricerca di altre strade per esprimermi e trovarmi.

Ho rivisto le parole che scorrevano tra le mie dita solo grazie ai miei viaggi; proprio questa meravigliosa ricchezza che incontravo nel mondo, mi permise di fare un passo ancora nuovo: rileggendo questi scritti, potevo vivere e rivivere senza sosta uno stato di salute fisico e un benessere dell’anima che non aveva pari, una pace leggera con me stessa, una curiosa attenzione dentro e fuori di me che non ritrovavo in nessun’altra esperienza; in ultimo mi sentivo libera e presente, in armonia con me, nel mondo.

Era la qualità del mio essere che ho sempre cercato da quando ho potuto avere coscienza di questo, e in quei momenti la potevo vivere in ogni fibra del mio corpo e della mia anima, ero felice, un equilibrio mai fermo, alla ricerca di nutrimento costante, ma al contempo in armonia e presente al momento. La mia individualità, che vivevo come segno originale, solo mio e la sentivo però come diversità per il resto del mondo, come qualcosa di sbagliato, di dissonante, aveva il suo coraggio forte e vibrante quando tornavo da questi viaggi.

Oggi scopro un nuovo aiuto nell’esercizio interiore: cerco la direzione che sento vera per me.

Ma che cosa è esattamente? Che cos’è questa presenza cosciente, felice ed impegnata allo stesso tempo? Forse devo chiedermi, che cosa fa? Sceglie.

Ma allora è come sceglie che permette la differenza e rende vera la ricerca per me: sceglie nella libertà e nell’amore. Così sento ora.

Quando percepivo questa qualità di me in armonia con il presente, ero libera di scegliere, meglio, sceglievo come in modo libero e con il cuore. Avevo il coraggio di essere come sentivo giusto per me essere nel mondo. Ora questo avviene più consapevolmente, nel senso che vi è una direzione, un motivo, una volontà.

Ora scrivere lo vivo come alimento creativo per questo gesto quotidiano: scrivo per me, per la mia ricerca, scrivo perchè ciò che creo sia bello e vero, scrivo la ricerca della mia libertà.

A cura di Camilla Sirtori

Beatrix Potter

«La definizione di pietra miliare non è che una pietra tombale sulla persona, perché manca il ricordo della sua lenta, gioiosa andatura tra un momento importante e l’altro.» Ecco come definire in poche parole quella che è stata la vita intensa di Beatrix Potter, nata il 28 luglio 1866 a Londra e morta il 22 dicembre 1943, a 77 anni, a Sawrey.

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Fu una donna all’avanguardia nei tempi del periodo vittoriano, unì in sé la bellezza dell’infanzia e la bellezza della natura, attraverso scelte ricche di benevolenza verso l’umanità intera e l’ambiente. Diventò infatti una famosissima scrittrice per l’infanzia, un’illustratrice, una naturalista, una possidente terriera, un’allevatrice di pecore e bestiame pluri premiata, una sostenitrice dello sviluppo femminile e un’antiquaria di antichi mobili di campagna.

Beatrix era figlia di Helen e Rupert Potter, due ricchi signori della media borghesia londinese, di origine mercantile. Sua madre, di enorme ambizione, desiderava risalire la scala sociale e questo fu alla base del forte dissidio che ebbe con sua figlia per tutta la vita.

Un rapporto migliore Beatrix lo ebbe con suo padre, con il quale condivideva la passione per la fotografia e per l’arte; ma ancora di più nel suo cuore vivevano i suoi nonni paterni, da cui ereditò le caratteristiche che l’accompagnarono per tutta la vita: indipendenza, schiettezza, capacità imprenditoriale, curiosità intellettuale, umiltà e amore per gli altri, di qualunque ceto fossero.

Arte, letteratura, scienza, fantasia, viaggi e storia naturale entrarono in Beatrix più dei rapporti sociali che, soprattutto da piccola, erano limitati a suo fratello minore Bertram e alla sua babysitter. La sua infanzia, sia pur solitaria, fu ricca di bellezza e di divertimento; Beatrix amava le vecchie case, le loro atmosfere, i loro splendidi giardini e la ricchezza di vita che c’era lì.

A 14 anni cominciò a scrivere un diario in un suo codice inventato, di giorno studiava i conigli e li disegnava, di sera scriveva i suoi pensieri in modo intimo e ribelle al tempo stesso. Il suo diario fu un importante laboratorio di creatività.

Osservando la vita di Beatrix è facile notare che, nei primi tre settenni in particolare, è stata accompagnata da due figure femminili, le sue insegnanti. Successivamente saranno diverse figure maschili a darle sostegno e ispirazione per esprimere sé stessa fino in fondo. Florrie Hammond e Anne Carter, l’istitutrice e l’insegnante di tedesco, aprirono a Beatrix due porte verso il mondo: la prima, attraverso l’arte e la fantasia, la seconda, verso la vita pratica, in cui l’agire in prima persona porta a raccogliere frutti.

«Io realizzerò qualcosa, prima o poi!» disse Beatrix a 17 anni e a 19 anni diventò allieva del pittore preraffaellita Millais, amico di famiglia, e sperimentò così l’anelito verso l’arte. Nello stesso anno, Anne, da istitutrice diventò amica e al suo primo figlio Beatrix dedicherà il suo primo libro.

A 36 anni il suo anelito diventò una realtà, venne pubblicato il suo primo libro, La storia di Peter Coniglio, edito da Fredrick Warne & Company. Beatrix condivise il suo lavoro con Norman, l’editore più giovane, di cui si innamorò. Purtroppo non riuscì a sposarlo perché morì di leucemia proprio nel periodo di lontananza imposto dalla madre di Beatrix, contraria alle nozze. Per Beatrix fu un dolore immenso, ma in esso viveva il germe di un nuovo inizio: decise di utilizzare i suoi guadagni e la sua eredità per acquistare, come aveva progettato con Norman, una piccola fattoria nel Lake District. Comprò Hill Top Farm, trasformandosi in una possidente di campagna. A 56 anni il suo profondo amore per la Natura diventò protagonista nella sua vita.

Quarant’anni prima, a 16 anni, Beatrix aveva conosciuto il curato 26enne Hardwicke Drummond Rawnsley, innamorato della stravolgente bellezza del Lake District, impegnato nella tutela di quel posto dal punto di vista naturale e culturale. Lo stimolo di Rawnsley, unito alla passione di Beatrix per la vita di campagna e alla sua intuizione per gli affari, le permise di ampliare i suoi possedimenti e di entrare a far parte, come donna, dell’Associazione degli Allevatori delle Pecore Herdwick. Tutto questo venne condiviso con suo marito William, l’avvocato che aveva sposato una decina di anni prima, con cui condividerà questi luoghi magici, silenziosi, meravigliosi, culla della sua fantasia.

A 74 anni Beatrix si ammalò e decise di fare testamento lasciando le sue terre al National Trust, perché diventassero un parco nazionale protetto. Lo fece scrivere al marito ed espresse le sue preoccupazione per il futuro della terribile situazione mondiale nelle mani di Hitler. Ciò nonostante riuscì a dire con lo spirito amorevole che aveva sempre avuto: «Grazie a Dio ho ancora un occhio che vede e finché sono qui a letto posso camminare passo dopo passo nei campi e sulle terre più accidentate e posso vedere ogni pietra, ogni fiore e ogni acquitrino dove le mie vecchie gambe non mi porteranno mai più

Libro consigliato:
Beatrix Potter. A life in nature (Linda Lear)

a cura di Licia Sideri

Ernesto Guevara de la Serna

Ernesto Guevara de la Serna è nato il 14 giugno del 1928 a Rosario de la Fè in Argentina da una famiglia benestante, colta e con idee liberali molto avanzate rispetto i tempi. All’età di circa tre anni gli viene diagnosticato l’asma che lo tormenterà per tutta la vita e che porterà la famiglia a traslocare più volte alla ricerca di un clima adatto alla sua malattia, ma che non gli impedirà di cimentarsi in qualunque tipo di sport con grande passione, come il rugby, che scoprirà al liceo e che sarà un suo grande amore.

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Nonostante le buone condizioni economiche della famiglia, Ernesto frequenta scuole pubbliche dove fa amicizia con bambini delle classi sociali più svantaggiate; trasforma la sua casa nella “casa del pueblo”, con il nulla osta della madre ospita a mangiare e dormire amici e compagni più poveri.

Dopo essere stato al capezzale della nonna paterna per ben 17 giorni, decide di iscriversi a medicina e nel frattempo viaggia a lungo in centro e sud America alla scoperta delle civiltà precolombiane. È proprio durante questi viaggi, vivendo ed osservando la povertà e le ingiustizie sociali, che si fa via via più forte il suo spirito rivoluzionario, che lo porta a decidere che l’unica soluzione per i popoli oppressi sia la rivolta armata. Dopo essersi laureato in medicina, a 25 anni,parte nuovamente: a Città del Messico conosce il capo dei rivoluzionari cubani, Fidel Castro. Si unisce al suo gruppo di combattenti nella lotta contro la dittatura di Batista e dopo violenti scontri a fuoco, il 1° gennaio del 1959 il dittatore si arrende e sale al potere Fidel Castro.

Per due anni Ernesto rivestirà la carica di presidente della Banca Nazionale Cubana, poi di Ministro dell’Industria, inoltre grazie alla sua grande capacità di oratore e alla sua eccellente cultura viene inviato per il mondo come ambasciatore e lavorerà per lo sviluppo dell’industria cubana e per la ridistribuzione delle terre rubate nel periodo della dittatura. La sua politica è fortemente avversa a quella capitalista degli Stati Uniti, i quali imporrano l’embargo a tutte le merci destinate a Cuba, mettendo la nazione economicamente in grosse difficoltà e costringendo i governatori ad imporre lunghi periodi di razionamento del cibo.

Nel 1965 decide di lasciare Cuba per seguire il suo spirito rivoluzionario e la sua aspirazione di portare giustizia sociale nel mondo, i ruoli di potere non gli interessano. A Cuba si perderanno le sue tracce. Partecipa alla rivoluzione congolese senza successo; l’anno dopo ritorna a Cuba segretamente e poco dopo si aggrega ad un altro gruppo di rivoluzionari, questa volta in Bolivia. Qui il popolo non è come quello cubano, ci sono molte spie e doppiogiochisti, tanto che l’esercito americano scopre che il Che è vivo e combattente in Bolivia, riescono a ferirlo e catturarlo. Viene portato al villaggio di La Higuera e qui, dopo 18 ore di agonia, arriva l’ordine di ucciderlo. Il 9 ottobre del 1967 il comandante Ernesto Guevara de la Serna viene giustiziato con due raffiche di arma da fuoco.

Libri consigliati:
Le battaglie non si perdono, si vincono sempre (Jean Cormier)
Senza perdere la tenerezza (Paco Ignacio Taibo II)
Ernesto Che Guevara il liberatore dei popoli (rivista)

a cura di Marika Omobono

Frida Kahlo. Il coraggio di essere sé stessa: una donna, un’artista, una rivoluzionaria

Magdalena Carmen Frida Kahlo y Calderón nasce il 6 luglio 1907 a Coyoacán in Messico. È la terza figlia di Wilhelm Kahlo, di origine tedesco-ungherese, un uomo semplice, amante della letteratura e della musica, pittore, ebreo, e di Matilde Calderon y Gonzales, figlia di una messicana e di un indio. Frida Kahlo fin dalla fanciullezza è una ragazza vivace, allegra; la accompagnano nella sua crescita ideali di uguaglianza e di fratellanza tra i popoli e tra le classi sociali.

Il 17 settembre del 1925 (a 18 anni e due mesi – I nodo lunare) si verificò un incidente stradale gravissimo che cambiò radicalmente la sua vita. L’impatto fu violento e lei riportò numerose fratture, le più gravi alla gamba destra, al bacino, alle braccia, a tre vertebre.
A partire quindi dal 1925 la vita di Frida fu una lotta all’ultimo sangue per mantenersi in vita, energica e positiva perché non fu più abbandonata dalla persistente sensazione di fatica e dai dolori costanti alla colonna vertebrale e alla gamba destra. A poco a poco il suo corpo andò disintegrandosi. Frida subì almeno 32 interventi chirurgici, per lo più alla spina dorsale e al piede destro. Nonostante ciò, l’incidente fu una specie di rinascita per lei in cui si rinnovò il suo amore per la natura, per gli animali, per i colori e per i fiori, per la cultura precolombiana e per tutto ciò che era bello e positivo.
Frida dovette portare vari busti di gesso che la tennero immobilizzata per mesi; fu per questo motivo che, quasi per caso, cominciò a dedicarsi a quell’attività che le avrebbe trasformato la vita. “Poiché ero giovane all’epoca, la disgrazia non assunse l’aspetto di una tragedia […] invece di studiare per diventare medico e senza farci molto caso, cominciai a dipingere”.
Iniziò così la sua carriera di pittrice, senza aspettative, finché incontrò nel 1928 colui che sarebbe stato il suo sostenitore maggiore: il muralista comunista Diego Rivera, che aveva circa vent’anni più di lei. Si sposarono e la loro unione fu profonda e rispettosa delle loro differenze artistiche, ma anche molto tumultuosa e rocambolesca a causa dell’infedeltà cronica di Diego e dell’anticonformismo di Frida.
Vissero tra l’America, l’Europa e il Messico in cui ospitavano anche per lunghi periodi artisti, intellettuali, politici e rivoluzionari. Frida visse immersa nelle relazioni sociali, dipingendo quello che interiormente viveva come sofferenza fisica, emotiva, politica… André Breton che vide i suoi quadri la definì “surrealista” ma lei non si riconosceva in questa corrente artistica e affermava: “[…] dipingo perché ne ho bisogno e dipingo sempre quello che mi passa per la testa, senza pensare ad altro. Non ho mai dipinto i sogni. Ho dipinto la mia realtà”.
Nel 1942 (35 anni) iniziò a scrivere un diario che costituisce una delle fonti più importanti per capire i suoi stati d’animo e i suoi pensieri. Frida ebbe sempre più successo finché nel 1953 le fu amputata la gamba sofferente e da quel momento il declino fu rapido nonostante lei scrivesse sul suo diario: “A che cosa mi servono i piedi se ho ali per volare”.
Nel 1954 Frida Kahlo si ammalò gravemente di polmonite, morì la notte del 13 luglio 1954, sette giorni dopo il suo quarantasettesimo compleanno.

Libri consigliati:
Frida (Hayden Herrera)
Il diario di Frida Kahlo (a cura di Sarah M. Lowe)
Kahlo (Andrea Kettenmann)

a cura di Beatrice Boscolo

Astrid Lindgren, scrittrice

Nasce il 14 novembre 1907 a Näs/Småland (Svezia) e muore il 28 gennaio 2002 a Stoccolma.

Per Astrid Lindgren il gioco è la parola chiave dell´infanzia.

Non è mia intenzione educare né influenzare i bambini con i miei libri […]. L’unica piccola speranza che oso avere è che i miei libri possano contribuire alla formazione di un atteggiamento più solidale, umano e democratico nei bambini.

Non voglio dire che è facile essere felice, ma mi sono accorta che la felicità deve sorgere da sé stessi, non viene dalle altre persone che ti stanno attorno.

Astrid Anna Emilia Ericson è la seconda di quattro figli e trascorre l’infanzia felice e spensierata nella fattoria della famiglia. Fin da piccola Astrid ama ascoltare storie emostra talento per la scrittura. La sua meravigliosa infanzia, i giochi, la natura, i luoghi fantastici sono la principale fonte di ispirazione per i suoi libri.

Uscire dall’infanzia è stata per lei un’esperienza dolorosa. Molto giovane, all’età di 19 anni, diventa madre. Vive la sofferenza, la solitudine, la fame e profondi sensi di colpa nei confronti di suo figlio Lars, che deve dare in affidamento per i primi anni di vita, e che la accompagneranno anche dopo la morte dello stesso. In questo periodo doloroso sviluppa in sé il suo vero e profondo interesse per i bambini. Quando Lars ha 3 anni lo riprende con sé, anche se passa un periodo di grande difficoltà, che affronta con tanto coraggio, come tante altre prove della sua vita.

La sua attività di scrittura inizia parecchi anni dopo: con il suo libro Pippi Calzalunghe diventerà famosa. Pubblica circa cento tra libri e racconti, pieni di umorismo e di grande profondità: alcuni trattano il tema della morte, come Fratelli CuordileoneMio, piccolo Mio.

Dopo i 70 anni diviene un’attivista in ambito politico e sociale, per esempio contro la guerra in Vietnam, le armi nucleari, ogni forma di violenza (specialmente contro le punizioni corporali ai bambini), la protezione degli animali. È attiva anche nell’impegno civile fino a un’età avanzata. Ha avuto tanto successo e tanti riconoscimenti, tra cui il premio Nobel per la letteratura nel 1978 e il premio Nobel alternativo nel 1994.

Libro consigliato: Annalisa Comes, Astrid Lindgren, Una vita dalla parte dei bambini

a cura di Bernadett Kelderer

Jane Austen, scrittrice

Frasi caratterizzanti tratte dalla corrispondenza epistolare con la sorella Cassandra e dalle nipoti Anna e Fanny:
Devo rimanere fedele al mio stile e proseguire a modo mio per la mia strada.
Le donne nubili hanno una spaventosa tendenza a essere povere.
Niente donne perfette, per favore: come sai, mi danno i voltastomaco.


Steventon 16 dicembre 1775 – Winchester 18 luglio 1817

Jane Austen è stata una scrittrice di romanzi vissuta durante l’epoca vittoriana, in cui molte signorine dell’alta borghesia, di cui Jane faceva parte, amavano dilettarsi con la scrittura. Jane nacque a Steventon, crebbe e visse nel Sud dell’Inghilterra in un ambiente in cui la tranquillità, la natura e le relazioni umane intessero la sua vita e le sue opere.
Jane fu la penultima di 8 fratelli, solo lei e l’amata sorella Cassandra erano femmine. Dall’amatissimo padre George, reverendo nella canonica di Steventon (Hampshire) e grande studioso ed amante di libri, ricevette una buona educazione scolare. Crebbe in un ambiente culturalmente vivace, in seno ad una famiglia amorevole, indulgente in cui regnava un clima di affetto, stima ed unione. La sua vena artistica di scrittrice si espresse già in tenera età (11 anni iniziò a scrivere la raccolta di scritti che in seguito verrà intitolataJuvenilia) e venne poi riconosciuta in famiglia ed incoraggiata dal padre stesso. Jane fu legatissima alla sorella Cassandra (1773), con cui divise e trascorse tutta la sua vita e con cui si scambiò una fitta corrispondenza epistolare, di cui ne sono giunti a noi solo pochi stralci.
I luoghi più prolifici per la sua vena letteraria furono Steventon e Chawton. Nei suoi libriscrisse solo di ciò che conosceva bene, ovvero narrava quadri di vita dell’alta borghesia, di salotti, di feste e di danze, di visite da amici e conoscenti, così come erano anche presenti aspetti di vita domestica, inserendo delle notazioni di carattere economico. I suoi dialoghi erano vivaci, con poche pennellate sapeva tratteggiare i tratti essenziali dei vari personaggi, nei suoi scritti vi era attenzione ai particolari, vena ironica, mancanza di giudizio nel descrivere i personaggi. Vi si mostrava una vivacità intellettuale dell’autrice e per certi versi un’audacia, una sicurezza unici per quell’epoca. I personaggi femminili erano eroine moderne che seppero sviluppare l’amor proprio. Jane, negli ultimi suoi romanzi, introdusse nei suoi dialoghi lo stile letterario, che svilupperà in seguito Joyce, conosciuto come “flusso di coscienza”. Jane dimostrò sempre di voler essere libera ed indipendente: libera di scrivere quel che voleva e di decidere consapevolmente di maritarsi o no e di potersi sostentare con il lavoro di scrittrice. La sua notorietà artistica l’acquisì sul finire della sua vita, nel momento in cui vennero pubblicati i suoi romanzi (1811), ma la fama dei suoi libri è per lo più postuma, così come le biografie in circolazione (la prima fu redatta dal nipote James Edward Austen-Leigh nel 1871). Morì a soli 42 anni a Winchester di una malattia ignota.

Romanzi consigliati:
Ragione e sentimento (1811)
Orgoglio e pregiudizio (1815 – considerato “suo figlio”)
Emma (1815)

a cura di Elena Sembenini

Maria Lai

L’uomo ha bisogno di mettere insieme il visibile e l’invisibile perciò elabora fiabe miti, leggende, feste, canti, arte.”

Maria Lai
(Ulassai 27 sett. 1919 – Cardedu 16 apr. 2013)

Nacque in Sardegna il 27 settembre 1919 a Ulassai, in Ogliastra. A due anni si ammalò di tifo. Il clima di montagna non favoriva la sua salute cagionevole così fu affidata agli zii che vivevano in una grande fattoria nella marina di Cardedu. Mostrò fin dall’infanzia la sua attitudine all’arte: amava disegnare le pareti bianche col carboncino.
A scuola incontrò un grande maestro: Salvatore Cambosu. La condusse all’amore per la poesia e rimase per tutta la vita suo grande amico.
Conseguito il diploma all’istituto Magistrale di Cagliari, lasciò la Sardegna e si iscrisse all’Accademia delle Belle Arti a Venezia.
Si appassionò alle leggende della terra natia, che si tradussero nella realizzazione di disegni in cui viene rappresentata la vita agro-pastorale nella sua quotidianità.
A 37 anni presso la Galleria L’Obelisco di Roma presentò i suoi disegni a matita, ma ben presto si allontanò da gallerie e artisti e per tutta la sua carriera artistica si legò profondamente al mondo della tradizione sarda, della scrittura, delle tele e dei libri cuciti, mappe astrali, azioni teatrali, terracotte e interventi ambientali.

Nel 1981, a 62 anni Maria Lai entrò nella scena dell’arte contemporanea internazionale con l’opera Legarsi alla montagna. Fu ispirata a un’antica leggenda che narra di una bambina che si reca sulla montagna per portare il pane ai pastori, quando un temporale, costringe tutti a rifugiarsi in una grotta. Lei esce per seguire un nastro celeste che vola nel cielo, così si salva da una frana che inghiotte greggi e pastori.
Per Maria la leggenda racchiude una duplice metafora: il nastro, che indica una direzione di salvezza, è un simbolo dell’arte, mentre il paese minacciato dalle frane è una metafora del mondo minacciato dalla guerra. È convinta che proprio l’esperienza del disagio e del dolore porti ad avvertire la necessità dell’arte.
Ideò un intervento che sarebbe stato l’intero paese a realizzare: propose che si legassero tutti, casa per casa, con un nastro celeste, come quando ci si prende per mano per sconfiggere la paura, e poi di portare il nastro sulla montagna per chiederle pace. Il paese collaborò tagliando il tessuto in 26 chilometri di nastro celeste.
L’8 settembre 1981, a un segnale convenuto, tutti legarono la loro abitazione a quella vicina, secondo un linguaggio dei simboli: lasciando scorrere il nastro, se tra le due case c’erano motivi di rancore, aggiungendo un nodo se esisteva un rapporto pacifico, un fiocco se erano strette da vincoli di amicizia, un pane delle feste se erano legate da un sentimento di affetto.
Legando la montagna di Ulassai ho toccato la possibilità del miracolo” diceva con umiltà. “Ancorarsi alla montagna sacra non significa solo voler scongiurare frane e guerre, ma anche riconoscere una dimensione religiosa al legame tra gli uomini, la natura il mistero.”

Fino al 16 aprile del 2013, all’età di 94 anni, ha vissuto come una contadina d’Ogliastra. Ha continuato a giocare, convinta come Schiller che “l’uomo gioca solo quando è un uomo nel pieno senso della parola.

Libri consigliati:
La Fata Operosa. Vita e opere di Maria Lai di Giovanni Rossi
Maria Lai. Arte e Relazione di Elena Pontiggia

a cura di Carla Inatelli