Frida Kahlo. Il coraggio di essere sé stessa: una donna, un’artista, una rivoluzionaria

Magdalena Carmen Frida Kahlo y Calderón nasce il 6 luglio 1907 a Coyoacán in Messico. È la terza figlia di Wilhelm Kahlo, di origine tedesco-ungherese, un uomo semplice, amante della letteratura e della musica, pittore, ebreo, e di Matilde Calderon y Gonzales, figlia di una messicana e di un indio. Frida Kahlo fin dalla fanciullezza è una ragazza vivace, allegra; la accompagnano nella sua crescita ideali di uguaglianza e di fratellanza tra i popoli e tra le classi sociali.

Il 17 settembre del 1925 (a 18 anni e due mesi – I nodo lunare) si verificò un incidente stradale gravissimo che cambiò radicalmente la sua vita. L’impatto fu violento e lei riportò numerose fratture, le più gravi alla gamba destra, al bacino, alle braccia, a tre vertebre.
A partire quindi dal 1925 la vita di Frida fu una lotta all’ultimo sangue per mantenersi in vita, energica e positiva perché non fu più abbandonata dalla persistente sensazione di fatica e dai dolori costanti alla colonna vertebrale e alla gamba destra. A poco a poco il suo corpo andò disintegrandosi. Frida subì almeno 32 interventi chirurgici, per lo più alla spina dorsale e al piede destro. Nonostante ciò, l’incidente fu una specie di rinascita per lei in cui si rinnovò il suo amore per la natura, per gli animali, per i colori e per i fiori, per la cultura precolombiana e per tutto ciò che era bello e positivo.
Frida dovette portare vari busti di gesso che la tennero immobilizzata per mesi; fu per questo motivo che, quasi per caso, cominciò a dedicarsi a quell’attività che le avrebbe trasformato la vita. “Poiché ero giovane all’epoca, la disgrazia non assunse l’aspetto di una tragedia […] invece di studiare per diventare medico e senza farci molto caso, cominciai a dipingere”.
Iniziò così la sua carriera di pittrice, senza aspettative, finché incontrò nel 1928 colui che sarebbe stato il suo sostenitore maggiore: il muralista comunista Diego Rivera, che aveva circa vent’anni più di lei. Si sposarono e la loro unione fu profonda e rispettosa delle loro differenze artistiche, ma anche molto tumultuosa e rocambolesca a causa dell’infedeltà cronica di Diego e dell’anticonformismo di Frida.
Vissero tra l’America, l’Europa e il Messico in cui ospitavano anche per lunghi periodi artisti, intellettuali, politici e rivoluzionari. Frida visse immersa nelle relazioni sociali, dipingendo quello che interiormente viveva come sofferenza fisica, emotiva, politica… André Breton che vide i suoi quadri la definì “surrealista” ma lei non si riconosceva in questa corrente artistica e affermava: “[…] dipingo perché ne ho bisogno e dipingo sempre quello che mi passa per la testa, senza pensare ad altro. Non ho mai dipinto i sogni. Ho dipinto la mia realtà”.
Nel 1942 (35 anni) iniziò a scrivere un diario che costituisce una delle fonti più importanti per capire i suoi stati d’animo e i suoi pensieri. Frida ebbe sempre più successo finché nel 1953 le fu amputata la gamba sofferente e da quel momento il declino fu rapido nonostante lei scrivesse sul suo diario: “A che cosa mi servono i piedi se ho ali per volare”.
Nel 1954 Frida Kahlo si ammalò gravemente di polmonite, morì la notte del 13 luglio 1954, sette giorni dopo il suo quarantasettesimo compleanno.

Libri consigliati:
Frida (Hayden Herrera)
Il diario di Frida Kahlo (a cura di Sarah M. Lowe)
Kahlo (Andrea Kettenmann)

a cura di Beatrice Boscolo

Astrid Lindgren, scrittrice

Nasce il 14 novembre 1907 a Näs/Småland (Svezia) e muore il 28 gennaio 2002 a Stoccolma.

Per Astrid Lindgren il gioco è la parola chiave dell´infanzia.

Non è mia intenzione educare né influenzare i bambini con i miei libri […]. L’unica piccola speranza che oso avere è che i miei libri possano contribuire alla formazione di un atteggiamento più solidale, umano e democratico nei bambini.

Non voglio dire che è facile essere felice, ma mi sono accorta che la felicità deve sorgere da sé stessi, non viene dalle altre persone che ti stanno attorno.

Astrid Anna Emilia Ericson è la seconda di quattro figli e trascorre l’infanzia felice e spensierata nella fattoria della famiglia. Fin da piccola Astrid ama ascoltare storie emostra talento per la scrittura. La sua meravigliosa infanzia, i giochi, la natura, i luoghi fantastici sono la principale fonte di ispirazione per i suoi libri.

Uscire dall’infanzia è stata per lei un’esperienza dolorosa. Molto giovane, all’età di 19 anni, diventa madre. Vive la sofferenza, la solitudine, la fame e profondi sensi di colpa nei confronti di suo figlio Lars, che deve dare in affidamento per i primi anni di vita, e che la accompagneranno anche dopo la morte dello stesso. In questo periodo doloroso sviluppa in sé il suo vero e profondo interesse per i bambini. Quando Lars ha 3 anni lo riprende con sé, anche se passa un periodo di grande difficoltà, che affronta con tanto coraggio, come tante altre prove della sua vita.

La sua attività di scrittura inizia parecchi anni dopo: con il suo libro Pippi Calzalunghe diventerà famosa. Pubblica circa cento tra libri e racconti, pieni di umorismo e di grande profondità: alcuni trattano il tema della morte, come Fratelli CuordileoneMio, piccolo Mio.

Dopo i 70 anni diviene un’attivista in ambito politico e sociale, per esempio contro la guerra in Vietnam, le armi nucleari, ogni forma di violenza (specialmente contro le punizioni corporali ai bambini), la protezione degli animali. È attiva anche nell’impegno civile fino a un’età avanzata. Ha avuto tanto successo e tanti riconoscimenti, tra cui il premio Nobel per la letteratura nel 1978 e il premio Nobel alternativo nel 1994.

Libro consigliato: Annalisa Comes, Astrid Lindgren, Una vita dalla parte dei bambini

a cura di Bernadett Kelderer

Jane Austen, scrittrice

Frasi caratterizzanti tratte dalla corrispondenza epistolare con la sorella Cassandra e dalle nipoti Anna e Fanny:
Devo rimanere fedele al mio stile e proseguire a modo mio per la mia strada.
Le donne nubili hanno una spaventosa tendenza a essere povere.
Niente donne perfette, per favore: come sai, mi danno i voltastomaco.


Steventon 16 dicembre 1775 – Winchester 18 luglio 1817

Jane Austen è stata una scrittrice di romanzi vissuta durante l’epoca vittoriana, in cui molte signorine dell’alta borghesia, di cui Jane faceva parte, amavano dilettarsi con la scrittura. Jane nacque a Steventon, crebbe e visse nel Sud dell’Inghilterra in un ambiente in cui la tranquillità, la natura e le relazioni umane intessero la sua vita e le sue opere.
Jane fu la penultima di 8 fratelli, solo lei e l’amata sorella Cassandra erano femmine. Dall’amatissimo padre George, reverendo nella canonica di Steventon (Hampshire) e grande studioso ed amante di libri, ricevette una buona educazione scolare. Crebbe in un ambiente culturalmente vivace, in seno ad una famiglia amorevole, indulgente in cui regnava un clima di affetto, stima ed unione. La sua vena artistica di scrittrice si espresse già in tenera età (11 anni iniziò a scrivere la raccolta di scritti che in seguito verrà intitolataJuvenilia) e venne poi riconosciuta in famiglia ed incoraggiata dal padre stesso. Jane fu legatissima alla sorella Cassandra (1773), con cui divise e trascorse tutta la sua vita e con cui si scambiò una fitta corrispondenza epistolare, di cui ne sono giunti a noi solo pochi stralci.
I luoghi più prolifici per la sua vena letteraria furono Steventon e Chawton. Nei suoi libriscrisse solo di ciò che conosceva bene, ovvero narrava quadri di vita dell’alta borghesia, di salotti, di feste e di danze, di visite da amici e conoscenti, così come erano anche presenti aspetti di vita domestica, inserendo delle notazioni di carattere economico. I suoi dialoghi erano vivaci, con poche pennellate sapeva tratteggiare i tratti essenziali dei vari personaggi, nei suoi scritti vi era attenzione ai particolari, vena ironica, mancanza di giudizio nel descrivere i personaggi. Vi si mostrava una vivacità intellettuale dell’autrice e per certi versi un’audacia, una sicurezza unici per quell’epoca. I personaggi femminili erano eroine moderne che seppero sviluppare l’amor proprio. Jane, negli ultimi suoi romanzi, introdusse nei suoi dialoghi lo stile letterario, che svilupperà in seguito Joyce, conosciuto come “flusso di coscienza”. Jane dimostrò sempre di voler essere libera ed indipendente: libera di scrivere quel che voleva e di decidere consapevolmente di maritarsi o no e di potersi sostentare con il lavoro di scrittrice. La sua notorietà artistica l’acquisì sul finire della sua vita, nel momento in cui vennero pubblicati i suoi romanzi (1811), ma la fama dei suoi libri è per lo più postuma, così come le biografie in circolazione (la prima fu redatta dal nipote James Edward Austen-Leigh nel 1871). Morì a soli 42 anni a Winchester di una malattia ignota.

Romanzi consigliati:
Ragione e sentimento (1811)
Orgoglio e pregiudizio (1815 – considerato “suo figlio”)
Emma (1815)

a cura di Elena Sembenini

Maria Lai

L’uomo ha bisogno di mettere insieme il visibile e l’invisibile perciò elabora fiabe miti, leggende, feste, canti, arte.”

Maria Lai
(Ulassai 27 sett. 1919 – Cardedu 16 apr. 2013)

Nacque in Sardegna il 27 settembre 1919 a Ulassai, in Ogliastra. A due anni si ammalò di tifo. Il clima di montagna non favoriva la sua salute cagionevole così fu affidata agli zii che vivevano in una grande fattoria nella marina di Cardedu. Mostrò fin dall’infanzia la sua attitudine all’arte: amava disegnare le pareti bianche col carboncino.
A scuola incontrò un grande maestro: Salvatore Cambosu. La condusse all’amore per la poesia e rimase per tutta la vita suo grande amico.
Conseguito il diploma all’istituto Magistrale di Cagliari, lasciò la Sardegna e si iscrisse all’Accademia delle Belle Arti a Venezia.
Si appassionò alle leggende della terra natia, che si tradussero nella realizzazione di disegni in cui viene rappresentata la vita agro-pastorale nella sua quotidianità.
A 37 anni presso la Galleria L’Obelisco di Roma presentò i suoi disegni a matita, ma ben presto si allontanò da gallerie e artisti e per tutta la sua carriera artistica si legò profondamente al mondo della tradizione sarda, della scrittura, delle tele e dei libri cuciti, mappe astrali, azioni teatrali, terracotte e interventi ambientali.

Nel 1981, a 62 anni Maria Lai entrò nella scena dell’arte contemporanea internazionale con l’opera Legarsi alla montagna. Fu ispirata a un’antica leggenda che narra di una bambina che si reca sulla montagna per portare il pane ai pastori, quando un temporale, costringe tutti a rifugiarsi in una grotta. Lei esce per seguire un nastro celeste che vola nel cielo, così si salva da una frana che inghiotte greggi e pastori.
Per Maria la leggenda racchiude una duplice metafora: il nastro, che indica una direzione di salvezza, è un simbolo dell’arte, mentre il paese minacciato dalle frane è una metafora del mondo minacciato dalla guerra. È convinta che proprio l’esperienza del disagio e del dolore porti ad avvertire la necessità dell’arte.
Ideò un intervento che sarebbe stato l’intero paese a realizzare: propose che si legassero tutti, casa per casa, con un nastro celeste, come quando ci si prende per mano per sconfiggere la paura, e poi di portare il nastro sulla montagna per chiederle pace. Il paese collaborò tagliando il tessuto in 26 chilometri di nastro celeste.
L’8 settembre 1981, a un segnale convenuto, tutti legarono la loro abitazione a quella vicina, secondo un linguaggio dei simboli: lasciando scorrere il nastro, se tra le due case c’erano motivi di rancore, aggiungendo un nodo se esisteva un rapporto pacifico, un fiocco se erano strette da vincoli di amicizia, un pane delle feste se erano legate da un sentimento di affetto.
Legando la montagna di Ulassai ho toccato la possibilità del miracolo” diceva con umiltà. “Ancorarsi alla montagna sacra non significa solo voler scongiurare frane e guerre, ma anche riconoscere una dimensione religiosa al legame tra gli uomini, la natura il mistero.”

Fino al 16 aprile del 2013, all’età di 94 anni, ha vissuto come una contadina d’Ogliastra. Ha continuato a giocare, convinta come Schiller che “l’uomo gioca solo quando è un uomo nel pieno senso della parola.

Libri consigliati:
La Fata Operosa. Vita e opere di Maria Lai di Giovanni Rossi
Maria Lai. Arte e Relazione di Elena Pontiggia

a cura di Carla Inatelli

Ita Wegman, medico

Nella vita, proprio per raggiungere un’evoluzione spirituale, si viene spesso condotti in situazioni difficili, nelle quali la malattia può svolgere un grosso ruolo, e che sono un richiamo a fare di tutto per arrivare a situazioni nuove. Molte volte si pensa che ciò non sia possibile, ma ho sperimentato spesso che di fronte a necessità reali spesso nascono opportunità.”

Ita Wegman
(Java 22 febbraio 1876 – Arlesheim 4 marzo 1943)
Responsabile della Sezione di Medicina della Libera Università di Scienza dello Spirito di Dornach
Ita Wegman fece dell’arte medica il proprio compito di vita.
Fu donna d’iniziativa, libera, indipendente ed originale, dotata di grande coraggio interiore, capace di estrema fedeltà a sé stessa e dedizione al suo inesauribile lavoro. Portò nuovi impulsi nel campo della medicina, del massaggio, delle frizioni e dei bagni terapeutici, della nutrizione, dell’ostetricia, delle arti terapeutiche e della pedagogia curativa.
Nasce a Java, in Indonesia, da genitori coloni olandesi e trascorre la sua infanzia e giovinezza tra qui e l’Olanda, dove si diploma in educazione fisica terapeutica. Ventisettenne, si trasferisce a Berlino e partecipa alla vita culturale e artistica della città, fino a che conosce Rudolf Steiner, cui sarà legata da un’incrollabile amicizia; lui le consiglia di spostarsi a Zurigo per intraprendere gli studi in medicina verso cui è orientata. Qui vive insieme a studenti provenienti da ogni parte del mondo.
Più tardi fonda una clinica ad Arlesheim, nei pressi di Dornach (Basilea), dove nel frattempo è sorto il Goetheanum, l’edificio sede delle attività antroposofiche. Nel 1924 diventa responsabile della Sezione Medica della Libera Università di Scienza dello Spirito. Scrive con Rudolf Steiner Elementi fondamentali per un ampliamento dell’arte medica.
Dà vita assieme ai suoi collaboratori a varie cliniche in Europa, organizza corsi di formazione per giovani medici ed infermiere e fonda la casa di cura “Andrea Cristoforo” ad Ascona, nel sud della Svizzera e poco dopo “La Motta” a Brissago, dove salverà dalla deportazione e dall’eutanasia moltissimi bambini bisognosi e ospiterà e aiuterà nella guarigione profughi, orfani e adulti in crisi biografica.
Con i suoi modi autentici, il suo senso dell’umorismo, la sua energica presenza e le sue parole, calde di vivo interesse per ogni essere umano, era capace di trasmettere forze di guarigione. L’ampliamento dell’arte medica, di cui si fece portatrice, intende una trasformazione del pensare materialistico in termini di salute. Ita è stata ed è tuttora una figura di riferimento e di ispirazione per medici, educatori, pedagogisti e terapeuti.
Muore ad Arlesheim il 4 marzo 1943, circondata dall’amore dei suoi fedeli collaboratori.
Libri consigliati:
Elementi fondamentali per un ampliamento dell’arte medica di Ita Wegman e Rudolf Steiner.
Resistenza spirituale e superamento di Peter Selg.

a cura di Alessandra Fabris

Mohandas Karamchand Gandhi, avvocato, politico, filosofo

Leader del movimento non violento da lui creato per l’anticolonialismo in India, ha fatto della non violenza e della ricerca della verità i due grandi princìpi della propria vita: “i miei due polmoni, senza i quali non potrei vivere”.
L’esercizio della non violenza (Ahimsa) e la fermezza nella Verità (Satyagraha) sono così strettamente legate tra loro che è praticamente impossibile districarle e separarle l’una dall’altra. Sono come due facce di una stessa medaglia.[…]Una cosa è certa: la Non violenza è il mezzo, la Verità lo scopo.


Gandhi
(Porbandar, India, 2/10/1869 – Nuova Delhi, India, 30/01/1948)

Mohandas Karamchand Gandhi nasce in un periodo storico caratterizzato da un vento di riforme dal sapore religioso, sociale e culturale. I Gandhi appartenevano alla casta dei mercanti, al 3° posto della scala gerarchica, ma da tre generazioni erano Primi ministri in diversi stati della regione del Kathiawar, penisola nord occidentale dell’India. Il padre, Kaba Gandhi “amava la sua gente, era onesto, coraggioso e generoso, ma facile alla collera”; la madre Putlibai “era profondamente religiosa, faceva i voti più severi e li manteneva senza vacillare; per lei rispettare due o tre digiuni consecutivi era cosa da nulla”.
Essendo di natura assai timido, Gandhi non si dimostrò uno studente particolarmente brillante, né alle elementari né alle medie inferiori e superiori che frequentò tra i 10 e i 17 anni. Dopo la morte del padre e dietro suggerimento di un amico di famiglia, partì per Londra dove conseguì, all’età di 21 anni, la laurea e l’abilitazione alla professione legale, grazie alla quale portò avanti la difesa e la rivendicazione dei diritti civili degli emigrati indiani in Sud Africa per i successivi vent’anni, attraverso la pratica della non violenza e la ricerca della Verità.
Una persona verso cui Gandhi nutriva immensa devozione era lo scrittore russo Lev Tolstoj; le idee di Gandhi sulla resistenza pacifica avevano trovato conferma nell’esempio di Tolstoj di cui aveva letto Il regno di Dio è dentro di noi e tradotto Lettera a un indù. Per un anno avrà con lui uno scambio epistolare, fino alla morte dello scrittore.
All’età di 45 anni fa il suo ritorno definitivo in India: gli indiani non lo conoscevano e lui non conosceva bene l’India. Il suo mentore Gopal Krishna Gokhale gli “ordinò” così di viaggiare per il Paese con “le orecchie aperte e la bocca chiusa. La sua vita e il suo impegno sociale saranno contrassegnati dalla ferrea volontà di ottenere l’indipendenza del Paese attraverso l’esercizio della disobbedienza e non cooperazione civili. Il tentativo ultimo di risanare gli antichi contrasti tra musulmani (Pakistan) e indù (Unione indiana) verrà impedito dall’attentato mortale avvenuto a Nuova Delhi il 30 gennaio 1948, all’età di 78 anni.

Degli scritti a lui più cari va ricordato HindSwaraj (letteralmente “autogoverno dell’India”), Satyagraha in Sud Africa e Autobiografia, la storia dei miei esperimenti con la verità.

a cura di Marina Ortu

Enzo Bianchi, monaco, scrittore

“Come percorrere i cammini dell’incontro, della relazione con gli stranieri? […] Dialogare non è annullare le differenze e accettare le convergenze, ma è far vivere le differenze allo stesso titolo delle convergenze: il dialogo non ha come fine il consenso ma un reciproco progresso, un avanzare insieme. Così nel dialogo avviene la contaminazione dei confini, avvengono le traversate nei territori sconosciuti, si aprono strade inesplorate.”  (L’altro siamo noi)


Enzo Bianchi è nato a Castel Boglione Asti
il 3 marzo 1943

È monaco, scrittore, fondatore e priore, fino al gennaio 2017, della Comunità Monastica di Bose, formata da monaci di entrambi i sessi, provenienti da chiese cristiane diverse. Laureato in Economia e Commercio, nel 2000 l’Università degli Studi di Torino gli ha conferito la laurea honoris causa in Scienze Politiche e nel 2016 anche l’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo gli ha conferito la laurea honoris causa.
La comunità monastica si sostiene unicamente con i proventi delle sue attività: tutti i membri della comunità lavorano, guadagnandosi da vivere con le proprie mani come tutti gli altri uomini e sull’esempio degli Apostoli e dei Padri. Il lavoro, oggi come all’inizio, viene svolto con serietà e scrupolo professionale, sia in comunità, sia all’esterno, nella vicina città di Ivrea (scuola e ospedale).
Enzo Bianchi ha dedicato la sua vita all’incontro. Nella sua infanzia ha vissuto sia lo stento e la sofferenza che la gioia del ricevere doni quali la fiducia, l’amorevole attenzione, la cura: un arcobaleno di esperienze nel caldo calore del cuore che lo ha condotto a ricercare l’umanità in ogni uomo.
Sostenuto dalla fedeltà all’esperienza vivente del cristianesimo nella vita quotidiana attraverso l’obbedienza, la castità e la povertà, si è dedicato allo studio meditativo dell’Antico e del Nuovo Testamento e degli scritti dei Padri della Chiesa, trasformandolo in impulso etico donato al mondo della cultura, laica e religiosa, per cui l’obbedienza, che è anche sottomissione al tempo e al luogo in cui si è, diviene libera lettura del volere divino con responsabilità, la volontà di dominio che si cela dietro la sensualità si trasforma in pura castità, la povertà si manifesta come sentimento ed effettivo riconoscimento dell’uguaglianza tra gli uomini: libertà, fraternità ed uguaglianza.

Testo consigliato: L’altro siamo noi (Ed. Giulio Einaudi, 2010)

a cura di Virginia Teresa Tecchio

Oliver Wolf Sacks, neurologo, psichiatra e scrittore di successo

Non c’è nulla di vivo che non sia individuale: la nostra salute è nostra, le nostre malattie sono nostre, le nostre reazioni sono nostre, non meno nostre e individuali della nostra mente e della nostra faccia. Salute, malattie e reazioni non possono essere capite in vitro, da sole; possono essere capite solo se riferite a noi, quali espressioni della nostra natura, del nostro vivere, del nostro esser-ci.”

Se vogliamo sapere qualcosa di un uomo, chiediamo: “Qual è la sua storia, la sua storia vera, intima?” poiché ciascuno di noi è una biografia, una storia. Ognuno di noi è un racconto peculiare, costruito di continuo, inconsciamente da noi, in noi e attraverso di noi.


Oliver Wolf Sacks
(Londra 9 luglio 1933 – New York 30 agosto 2015)

Oliver Wolf Sacks è nato a Londra il 9 luglio del 1933 dove è vissuto e dove si è laureato in medicina; all’età di 27 anni è emigrato in America dove è vissuto fino alla morte, nella sua casa di Manhattan il 30 agosto 2015. È considerato una delle menti più brillanti della nostra epoca con un approccio olistico al sapere: iniziò a praticare la professione di medico alla fine degli anni ’60 quando la medicina, soprattutto in America, cominciava ad essere sempre più specialistica e meccanica. L’incontro con i suoi pazienti fece nascere in lui il desiderio di scrivere le loro biografie con la stessa umanità ed empatia usata dal medico russo Lurija, fondatore della neuropsicologia. Sacks passerà la vita a scrivere le storie dei suoi pazienti, a interessarsi al loro “Io” ferito, alla loro mente alienata, cercando di guarirli, spesso basandosi sulle loro passioni artistiche, sulle arti figurative, sulla musica e sollecitando i loro sensi ancora intatti. Tutti questi racconti clinici–RisvegliL’uomo che scambiò sua moglie per un cappelloVedere vociMusicofiliaUn antropologo su Marte– sono diventati dei best seller. Sacks, attraverso il suo lavoro, mise sempre in risalto che dietro ogni malattia vi è un’individualità, che anche nelle condizioni più difficili lotta per esprimere l’unicità del proprio sé; contribuì a cambiare la percezione delle malattie neurologiche, mettendo sempre al centro la persona. Sottolineò l’esigenza di una medicina rigorosa ma capace di guardare all’individuo nella sua totalità e più rispettosa della dignità umana.

La biografia è stata tratta dalle sue due autobiografie: Zio Tungsteno – Ricordi di un’infanzia chimica e In movimento.

a cura di Anna Maria

Hannah Arendt, pensatrice

«Il miracolo che preserva il mondo, la sfera delle faccende umane, dalla sua normale, “naturale” rovina è in definitiva il fatto della nascita, in cui è ontologicamente radicata la facoltà di agire. È, in altre parole, la nascita di nuovi uomini e il nuovo inizio, l’azione di cui essi sono capaci in virtù dell’essere nati. Solo la piena esperienza di questa facoltà può conferire alle cose umane fede e speranza, le due essenziali caratteristiche dell’esperienza umana che l’antichità greca ignorò completamente. È questa fede e speranza nel mondo che trova forse la sua più gloriosa e efficace espressione nelle poche parole con cui il vangelo annunciò la “lieta novella” dell’avvento: “Un bambino è nato fra noi”». Da Vita activa (1958).

Hannah Arendt
(Hannover 14 ottobre 1906 – New York 4 dicembre 1975)

Ebrea, tedesca, filosofa per formazione (fu allieva di Martin Heidegger e Karl Jaspers), Hannah Arendt dovette lasciare il suo paese nel 1933 a causa delle persecuzioni naziste e si rifugiò dapprima in Francia e poi, nel 1941, negli Stati Uniti.
Nelle sue opere vengono illuminate due parole essenziali: comprendere agire.
Per Hannah Arendt comprendere significa «affrontare spregiudicatamente, attentamente la realtà, qualunque essa sia». Ella impiegò le sue doti e le sue energie intellettuali per “comprendere” i terribili eventi che si erano succeduti nell’Europa della prima e l’aiuto del marito Heinrich Blücher, scrisse la fondamentale opera Le origini del totalitarismo (1951).
Nel 1958 pubblicò invece Vita activa, un’opera che mette al centro l’azione politica, l’azione compiuta insieme agli altri a partire dalla propria capacità di pensare in autonomia e libertà. Un’azione che si collega alla capacità di iniziare, di «prendere un’iniziativa, […] mettere in movimento qualcosa». Solo l’essere umano è capace di tale iniziativa.

a cura di Cristina Cristante