Il respiro

Respiro e libertà. Respiro è libertà!

Ascoltare il proprio respiro e quello dell’altro mette in relazione con una parte molto intima dell’essere umano. Il respiro parla di vita, vita pulsante e di salute sia fisica che emotiva. Un respiro trattenuto o accelerato parla dello stato di disagio o benessere che l’altro mostra o cerca di tenere per sé. Portare attenzione a noi e all’altro attraverso il respiro pone in una condizione di silenzio e di presenza che va all’essenziale di noi. Respiro è essere presenti.

Entrare in contatto con lo spazio del respiro mette a confronto con il nostro spazio di libertà.  Qual è il mio? cosa accade quando mi concedo di ascoltare questo spazio? di cosa mi parla? Ecco, ora mi fermo dove sono e provo a portarlo al centro della mia attenzione. Sento resistenza, sento delle pareti indurite nella zona toracica, appare un lieve timore e non sento libertà ma un elastico un po’ indurito che ha imparato a trattenere, a tenere, uno spazio che ha con-tenuto. Perché tutto questo pensare al respiro? da dove nasce la necessità di entrare in dialogo con lui? Il respiro in qualche modo è sempre stata una tematica che ha richiesto attenzione nella mia vita e si è risvegliata lavorando sulla biografia e i ricordi; inoltre nel mio lavoro, ogni giorno, incontro persone che vivono nella confusione di quale sia il respiro giusto. Ma c’è un respiro giusto? lo si può insegnare? E se il respiro per me è sinonimo di libertà, si può insegnare a una persona ad essere liberi?

Si può solo accompagnare sé stessi e le altre persone a riscoprire con fiducia e presenza il proprio respiro, così che con delicatezza possa cambiare e liberarsi dove non lo è, ed emozionarsi per questo incredibile sistema che ci mette ogni attimo in connessione con il mondo. La respirazione deve essere un fatto naturale e sta al corpo trovare o, meglio, ritrovare il ritmo respiratorio che gli è proprio. Da adulti facendo crescere la consapevolezza si può fare una scelta libera di un buon respiro, ma ciò che viviamo nei primi anni può deviare questa linearità e creare scompensi, disarmonie che vanno fino nel fisico. Quando si incontra l’altro la risposta non è forzare il respiro, ma accogliere in esso tutto il suo mondo e quindi mettersi accanto con il massimo rispetto, come di fronte a qualcosa di profondo e sacro. Il respiro così può riprendere il suo posto d’onore in me, nell’altro e nello spazio tra noi.

In questo ritmo siamo in noi e allo stesso tempo nel mondo. Respiro aria, ma respiro anche vita. Ogni volta che lascio entrare aria in me, vivo e accolgo il mondo e ogni volta che lascio andare dono qualcosa di me. Con le forze dell’antipatia e della simpatia possiamo parlare di ritmo respiratorio perché con la prima espirando affermo me stessa e mi riprendo, con la seconda inspirando accolgo e mi apro all’altro. Ha una funzione sociale e unisce tutto, supera le divisioni perché respiriamo tutti la stessa aria; è gratuitamente accessibile ad ognuno di noi e ci adattiamo, ma in realtà non possiamo fare a meno di un’aria pura. Il respiro, che è movimento e vita, mi permette di muovermi nella polarità lungo il percorso della lemniscata: mi muovo tra me e il mondo, passando da un punto di equilibrio, cioè una pausa che subito dopo mi riporta nel movimento.

La notte inspiro tutto ciò che il cosmo mi dona e il giorno espirando lo porto nel mondo e viceversa di giorno inspiro, faccio tesoro di ciò che vivo, e di notte espirando lo dono al cosmo: sono due movimenti che si compenetrano. Così come i due movimenti che avvengono prima e dopo la soglia: inspiro nella vita terrena ed espiro nella vita celeste, e poi ciò che ho inspirato lì lo espiro nella nuova incarnazione. Respiro e biografia sono strettamente interconnessi e la biografia inizia con un inspiro e finisce con un espiro. Inspirazione è incarnazione, espirazione è disincarnazione.

In questo lavoro si tratta il respiro dal macro (il ritmo della terra) al micro (l’uomo), dalle conoscenze comuni (medicina classica) a visioni particolari (medicina cinese, i pensieri di Françoise Mézières, Rudolf Steiner) che arrivano a volte a ribaltare concetti da sempre accettati e ad allargare lo sguardo, passando dalla mia biografia e da come la tematica del respiro si presenta nella mia storia.

Come scrisse Goethe “nel respiro vi sono due grazie, espirare l’aria e inspirare l’aria. L’una opprime, l’altra distende”.

a cura di Alessandra Pini

Scrivere la libertà

Scrivo la ricerca della mia libertà.

Scrivo chi sono.

E qui vi è gioia e meraviglia.

Come metto insieme tutto questo che è scrivere, il bello e l’entusiasmo del gesto creativo e la libertà?

Da piccola scrivevo nella forma, nel corpo; si modellava il mio stile attraverso la calligrafia, il carattere con il carattere: scrivendo conoscevo il mondo, le altre anime, crescevo tra queste. Le lettere avevano una loro propria qualità che ritrovavo nel come si creavano sul foglio, non erano simboli che davano senso ad altro, il loro unico significato per me era nel segno visibile che vedevo scritto e che portava il carattere di chi le produceva sulla carta.

Lentamente questo gesto che saliva dall’inchiostro si fermava sempre di più nel petto per ascoltare ciò che avveniva, qualcosa di nuovo e strano eppure affascinante, intrigante, ma sentivo difficile riportare ciò che provavo. Vennero in soccorso altri scrittori con le loro parole e fu come magia: più leggevo, più riuscivo a scrivere, la penna tornava a fluire senza più spaventarsi troppo. Questo scambio tra le parole degli altri e le mie fu vera scoperta, feconda ed emozionante, che continuò a lungo.

Da un momento all’altro si infiltrò una diversa consapevolezza, c’era qualcos’altro ancora che arrivava all’inchiostro: erano la complessa meravigliosa vita del mondo dei pensieri, delle riflessioni, delle osservazioni, che si intrecciavano a quel segno colorato del cuore che si sentiva al suo cospetto, piccolo piccolo. Anche qui trovai aiuto in altri pensatori: più conoscevo la filosofia, la storia, la letteratura, più riuscivo a raccogliere ricchezza. Ammiravo ora la logica e la consequenzialità ordinata di questo flusso. Il riuscire a mettere nero su bianco tutto questo era la capacità che sentivo ancor più miracolosa: poter dare visibile concretezza a questi abissi densi e cristallini insieme, significava per me mettere in ordine tutto questo, dare uno svolgimento temporale, una consequenzialità nitida, giungere quasi ad assaggiare la verità.

Mi crogiolavo nel cercare di esprimermi con la maggior chiarezza possibile, che queste parole fossero vere e fidate rappresentazioni di ciò che vedevo: sfogliavo i sinonimi in cerca di un’esattezza quasi maniacale e questo mi piaceva, mi dava grande soddisfazione, come quando da più piccola il gesto scritto  aveva la sua più vera bellezza nella forma e nel colore e ne cercavo la più fedele riproduzione.

Ci sono stati poi momenti nella mia vita da adulta, in cui mi sono dimenticata di scrivere, c’era forse la ricerca di altre strade per esprimermi e trovarmi.

Ho rivisto le parole che scorrevano tra le mie dita solo grazie ai miei viaggi; proprio questa meravigliosa ricchezza che incontravo nel mondo, mi permise di fare un passo ancora nuovo: rileggendo questi scritti, potevo vivere e rivivere senza sosta uno stato di salute fisico e un benessere dell’anima che non aveva pari, una pace leggera con me stessa, una curiosa attenzione dentro e fuori di me che non ritrovavo in nessun’altra esperienza; in ultimo mi sentivo libera e presente, in armonia con me, nel mondo.

Era la qualità del mio essere che ho sempre cercato da quando ho potuto avere coscienza di questo, e in quei momenti la potevo vivere in ogni fibra del mio corpo e della mia anima, ero felice, un equilibrio mai fermo, alla ricerca di nutrimento costante, ma al contempo in armonia e presente al momento. La mia individualità, che vivevo come segno originale, solo mio e la sentivo però come diversità per il resto del mondo, come qualcosa di sbagliato, di dissonante, aveva il suo coraggio forte e vibrante quando tornavo da questi viaggi.

Oggi scopro un nuovo aiuto nell’esercizio interiore: cerco la direzione che sento vera per me.

Ma che cosa è esattamente? Che cos’è questa presenza cosciente, felice ed impegnata allo stesso tempo? Forse devo chiedermi, che cosa fa? Sceglie.

Ma allora è come sceglie che permette la differenza e rende vera la ricerca per me: sceglie nella libertà e nell’amore. Così sento ora.

Quando percepivo questa qualità di me in armonia con il presente, ero libera di scegliere, meglio, sceglievo come in modo libero e con il cuore. Avevo il coraggio di essere come sentivo giusto per me essere nel mondo. Ora questo avviene più consapevolmente, nel senso che vi è una direzione, un motivo, una volontà.

Ora scrivere lo vivo come alimento creativo per questo gesto quotidiano: scrivo per me, per la mia ricerca, scrivo perchè ciò che creo sia bello e vero, scrivo la ricerca della mia libertà.

A cura di Camilla Sirtori

Beatrix Potter

«La definizione di pietra miliare non è che una pietra tombale sulla persona, perché manca il ricordo della sua lenta, gioiosa andatura tra un momento importante e l’altro.» Ecco come definire in poche parole quella che è stata la vita intensa di Beatrix Potter, nata il 28 luglio 1866 a Londra e morta il 22 dicembre 1943, a 77 anni, a Sawrey.

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Fu una donna all’avanguardia nei tempi del periodo vittoriano, unì in sé la bellezza dell’infanzia e la bellezza della natura, attraverso scelte ricche di benevolenza verso l’umanità intera e l’ambiente. Diventò infatti una famosissima scrittrice per l’infanzia, un’illustratrice, una naturalista, una possidente terriera, un’allevatrice di pecore e bestiame pluri premiata, una sostenitrice dello sviluppo femminile e un’antiquaria di antichi mobili di campagna.

Beatrix era figlia di Helen e Rupert Potter, due ricchi signori della media borghesia londinese, di origine mercantile. Sua madre, di enorme ambizione, desiderava risalire la scala sociale e questo fu alla base del forte dissidio che ebbe con sua figlia per tutta la vita.

Un rapporto migliore Beatrix lo ebbe con suo padre, con il quale condivideva la passione per la fotografia e per l’arte; ma ancora di più nel suo cuore vivevano i suoi nonni paterni, da cui ereditò le caratteristiche che l’accompagnarono per tutta la vita: indipendenza, schiettezza, capacità imprenditoriale, curiosità intellettuale, umiltà e amore per gli altri, di qualunque ceto fossero.

Arte, letteratura, scienza, fantasia, viaggi e storia naturale entrarono in Beatrix più dei rapporti sociali che, soprattutto da piccola, erano limitati a suo fratello minore Bertram e alla sua babysitter. La sua infanzia, sia pur solitaria, fu ricca di bellezza e di divertimento; Beatrix amava le vecchie case, le loro atmosfere, i loro splendidi giardini e la ricchezza di vita che c’era lì.

A 14 anni cominciò a scrivere un diario in un suo codice inventato, di giorno studiava i conigli e li disegnava, di sera scriveva i suoi pensieri in modo intimo e ribelle al tempo stesso. Il suo diario fu un importante laboratorio di creatività.

Osservando la vita di Beatrix è facile notare che, nei primi tre settenni in particolare, è stata accompagnata da due figure femminili, le sue insegnanti. Successivamente saranno diverse figure maschili a darle sostegno e ispirazione per esprimere sé stessa fino in fondo. Florrie Hammond e Anne Carter, l’istitutrice e l’insegnante di tedesco, aprirono a Beatrix due porte verso il mondo: la prima, attraverso l’arte e la fantasia, la seconda, verso la vita pratica, in cui l’agire in prima persona porta a raccogliere frutti.

«Io realizzerò qualcosa, prima o poi!» disse Beatrix a 17 anni e a 19 anni diventò allieva del pittore preraffaellita Millais, amico di famiglia, e sperimentò così l’anelito verso l’arte. Nello stesso anno, Anne, da istitutrice diventò amica e al suo primo figlio Beatrix dedicherà il suo primo libro.

A 36 anni il suo anelito diventò una realtà, venne pubblicato il suo primo libro, La storia di Peter Coniglio, edito da Fredrick Warne & Company. Beatrix condivise il suo lavoro con Norman, l’editore più giovane, di cui si innamorò. Purtroppo non riuscì a sposarlo perché morì di leucemia proprio nel periodo di lontananza imposto dalla madre di Beatrix, contraria alle nozze. Per Beatrix fu un dolore immenso, ma in esso viveva il germe di un nuovo inizio: decise di utilizzare i suoi guadagni e la sua eredità per acquistare, come aveva progettato con Norman, una piccola fattoria nel Lake District. Comprò Hill Top Farm, trasformandosi in una possidente di campagna. A 56 anni il suo profondo amore per la Natura diventò protagonista nella sua vita.

Quarant’anni prima, a 16 anni, Beatrix aveva conosciuto il curato 26enne Hardwicke Drummond Rawnsley, innamorato della stravolgente bellezza del Lake District, impegnato nella tutela di quel posto dal punto di vista naturale e culturale. Lo stimolo di Rawnsley, unito alla passione di Beatrix per la vita di campagna e alla sua intuizione per gli affari, le permise di ampliare i suoi possedimenti e di entrare a far parte, come donna, dell’Associazione degli Allevatori delle Pecore Herdwick. Tutto questo venne condiviso con suo marito William, l’avvocato che aveva sposato una decina di anni prima, con cui condividerà questi luoghi magici, silenziosi, meravigliosi, culla della sua fantasia.

A 74 anni Beatrix si ammalò e decise di fare testamento lasciando le sue terre al National Trust, perché diventassero un parco nazionale protetto. Lo fece scrivere al marito ed espresse le sue preoccupazione per il futuro della terribile situazione mondiale nelle mani di Hitler. Ciò nonostante riuscì a dire con lo spirito amorevole che aveva sempre avuto: «Grazie a Dio ho ancora un occhio che vede e finché sono qui a letto posso camminare passo dopo passo nei campi e sulle terre più accidentate e posso vedere ogni pietra, ogni fiore e ogni acquitrino dove le mie vecchie gambe non mi porteranno mai più

Libro consigliato:
Beatrix Potter. A life in nature (Linda Lear)

a cura di Licia Sideri

Ernesto Guevara de la Serna

Ernesto Guevara de la Serna è nato il 14 giugno del 1928 a Rosario de la Fè in Argentina da una famiglia benestante, colta e con idee liberali molto avanzate rispetto i tempi. All’età di circa tre anni gli viene diagnosticato l’asma che lo tormenterà per tutta la vita e che porterà la famiglia a traslocare più volte alla ricerca di un clima adatto alla sua malattia, ma che non gli impedirà di cimentarsi in qualunque tipo di sport con grande passione, come il rugby, che scoprirà al liceo e che sarà un suo grande amore.

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Nonostante le buone condizioni economiche della famiglia, Ernesto frequenta scuole pubbliche dove fa amicizia con bambini delle classi sociali più svantaggiate; trasforma la sua casa nella “casa del pueblo”, con il nulla osta della madre ospita a mangiare e dormire amici e compagni più poveri.

Dopo essere stato al capezzale della nonna paterna per ben 17 giorni, decide di iscriversi a medicina e nel frattempo viaggia a lungo in centro e sud America alla scoperta delle civiltà precolombiane. È proprio durante questi viaggi, vivendo ed osservando la povertà e le ingiustizie sociali, che si fa via via più forte il suo spirito rivoluzionario, che lo porta a decidere che l’unica soluzione per i popoli oppressi sia la rivolta armata. Dopo essersi laureato in medicina, a 25 anni,parte nuovamente: a Città del Messico conosce il capo dei rivoluzionari cubani, Fidel Castro. Si unisce al suo gruppo di combattenti nella lotta contro la dittatura di Batista e dopo violenti scontri a fuoco, il 1° gennaio del 1959 il dittatore si arrende e sale al potere Fidel Castro.

Per due anni Ernesto rivestirà la carica di presidente della Banca Nazionale Cubana, poi di Ministro dell’Industria, inoltre grazie alla sua grande capacità di oratore e alla sua eccellente cultura viene inviato per il mondo come ambasciatore e lavorerà per lo sviluppo dell’industria cubana e per la ridistribuzione delle terre rubate nel periodo della dittatura. La sua politica è fortemente avversa a quella capitalista degli Stati Uniti, i quali imporrano l’embargo a tutte le merci destinate a Cuba, mettendo la nazione economicamente in grosse difficoltà e costringendo i governatori ad imporre lunghi periodi di razionamento del cibo.

Nel 1965 decide di lasciare Cuba per seguire il suo spirito rivoluzionario e la sua aspirazione di portare giustizia sociale nel mondo, i ruoli di potere non gli interessano. A Cuba si perderanno le sue tracce. Partecipa alla rivoluzione congolese senza successo; l’anno dopo ritorna a Cuba segretamente e poco dopo si aggrega ad un altro gruppo di rivoluzionari, questa volta in Bolivia. Qui il popolo non è come quello cubano, ci sono molte spie e doppiogiochisti, tanto che l’esercito americano scopre che il Che è vivo e combattente in Bolivia, riescono a ferirlo e catturarlo. Viene portato al villaggio di La Higuera e qui, dopo 18 ore di agonia, arriva l’ordine di ucciderlo. Il 9 ottobre del 1967 il comandante Ernesto Guevara de la Serna viene giustiziato con due raffiche di arma da fuoco.

Libri consigliati:
Le battaglie non si perdono, si vincono sempre (Jean Cormier)
Senza perdere la tenerezza (Paco Ignacio Taibo II)
Ernesto Che Guevara il liberatore dei popoli (rivista)

a cura di Marika Omobono

Frida Kahlo. Il coraggio di essere sé stessa: una donna, un’artista, una rivoluzionaria

Magdalena Carmen Frida Kahlo y Calderón nasce il 6 luglio 1907 a Coyoacán in Messico. È la terza figlia di Wilhelm Kahlo, di origine tedesco-ungherese, un uomo semplice, amante della letteratura e della musica, pittore, ebreo, e di Matilde Calderon y Gonzales, figlia di una messicana e di un indio. Frida Kahlo fin dalla fanciullezza è una ragazza vivace, allegra; la accompagnano nella sua crescita ideali di uguaglianza e di fratellanza tra i popoli e tra le classi sociali.

Il 17 settembre del 1925 (a 18 anni e due mesi – I nodo lunare) si verificò un incidente stradale gravissimo che cambiò radicalmente la sua vita. L’impatto fu violento e lei riportò numerose fratture, le più gravi alla gamba destra, al bacino, alle braccia, a tre vertebre.
A partire quindi dal 1925 la vita di Frida fu una lotta all’ultimo sangue per mantenersi in vita, energica e positiva perché non fu più abbandonata dalla persistente sensazione di fatica e dai dolori costanti alla colonna vertebrale e alla gamba destra. A poco a poco il suo corpo andò disintegrandosi. Frida subì almeno 32 interventi chirurgici, per lo più alla spina dorsale e al piede destro. Nonostante ciò, l’incidente fu una specie di rinascita per lei in cui si rinnovò il suo amore per la natura, per gli animali, per i colori e per i fiori, per la cultura precolombiana e per tutto ciò che era bello e positivo.
Frida dovette portare vari busti di gesso che la tennero immobilizzata per mesi; fu per questo motivo che, quasi per caso, cominciò a dedicarsi a quell’attività che le avrebbe trasformato la vita. “Poiché ero giovane all’epoca, la disgrazia non assunse l’aspetto di una tragedia […] invece di studiare per diventare medico e senza farci molto caso, cominciai a dipingere”.
Iniziò così la sua carriera di pittrice, senza aspettative, finché incontrò nel 1928 colui che sarebbe stato il suo sostenitore maggiore: il muralista comunista Diego Rivera, che aveva circa vent’anni più di lei. Si sposarono e la loro unione fu profonda e rispettosa delle loro differenze artistiche, ma anche molto tumultuosa e rocambolesca a causa dell’infedeltà cronica di Diego e dell’anticonformismo di Frida.
Vissero tra l’America, l’Europa e il Messico in cui ospitavano anche per lunghi periodi artisti, intellettuali, politici e rivoluzionari. Frida visse immersa nelle relazioni sociali, dipingendo quello che interiormente viveva come sofferenza fisica, emotiva, politica… André Breton che vide i suoi quadri la definì “surrealista” ma lei non si riconosceva in questa corrente artistica e affermava: “[…] dipingo perché ne ho bisogno e dipingo sempre quello che mi passa per la testa, senza pensare ad altro. Non ho mai dipinto i sogni. Ho dipinto la mia realtà”.
Nel 1942 (35 anni) iniziò a scrivere un diario che costituisce una delle fonti più importanti per capire i suoi stati d’animo e i suoi pensieri. Frida ebbe sempre più successo finché nel 1953 le fu amputata la gamba sofferente e da quel momento il declino fu rapido nonostante lei scrivesse sul suo diario: “A che cosa mi servono i piedi se ho ali per volare”.
Nel 1954 Frida Kahlo si ammalò gravemente di polmonite, morì la notte del 13 luglio 1954, sette giorni dopo il suo quarantasettesimo compleanno.

Libri consigliati:
Frida (Hayden Herrera)
Il diario di Frida Kahlo (a cura di Sarah M. Lowe)
Kahlo (Andrea Kettenmann)

a cura di Beatrice Boscolo

Astrid Lindgren, scrittrice

Nasce il 14 novembre 1907 a Näs/Småland (Svezia) e muore il 28 gennaio 2002 a Stoccolma.

Per Astrid Lindgren il gioco è la parola chiave dell´infanzia.

Non è mia intenzione educare né influenzare i bambini con i miei libri […]. L’unica piccola speranza che oso avere è che i miei libri possano contribuire alla formazione di un atteggiamento più solidale, umano e democratico nei bambini.

Non voglio dire che è facile essere felice, ma mi sono accorta che la felicità deve sorgere da sé stessi, non viene dalle altre persone che ti stanno attorno.

Astrid Anna Emilia Ericson è la seconda di quattro figli e trascorre l’infanzia felice e spensierata nella fattoria della famiglia. Fin da piccola Astrid ama ascoltare storie emostra talento per la scrittura. La sua meravigliosa infanzia, i giochi, la natura, i luoghi fantastici sono la principale fonte di ispirazione per i suoi libri.

Uscire dall’infanzia è stata per lei un’esperienza dolorosa. Molto giovane, all’età di 19 anni, diventa madre. Vive la sofferenza, la solitudine, la fame e profondi sensi di colpa nei confronti di suo figlio Lars, che deve dare in affidamento per i primi anni di vita, e che la accompagneranno anche dopo la morte dello stesso. In questo periodo doloroso sviluppa in sé il suo vero e profondo interesse per i bambini. Quando Lars ha 3 anni lo riprende con sé, anche se passa un periodo di grande difficoltà, che affronta con tanto coraggio, come tante altre prove della sua vita.

La sua attività di scrittura inizia parecchi anni dopo: con il suo libro Pippi Calzalunghe diventerà famosa. Pubblica circa cento tra libri e racconti, pieni di umorismo e di grande profondità: alcuni trattano il tema della morte, come Fratelli CuordileoneMio, piccolo Mio.

Dopo i 70 anni diviene un’attivista in ambito politico e sociale, per esempio contro la guerra in Vietnam, le armi nucleari, ogni forma di violenza (specialmente contro le punizioni corporali ai bambini), la protezione degli animali. È attiva anche nell’impegno civile fino a un’età avanzata. Ha avuto tanto successo e tanti riconoscimenti, tra cui il premio Nobel per la letteratura nel 1978 e il premio Nobel alternativo nel 1994.

Libro consigliato: Annalisa Comes, Astrid Lindgren, Una vita dalla parte dei bambini

a cura di Bernadett Kelderer

Jane Austen, scrittrice

Frasi caratterizzanti tratte dalla corrispondenza epistolare con la sorella Cassandra e dalle nipoti Anna e Fanny:
Devo rimanere fedele al mio stile e proseguire a modo mio per la mia strada.
Le donne nubili hanno una spaventosa tendenza a essere povere.
Niente donne perfette, per favore: come sai, mi danno i voltastomaco.


Steventon 16 dicembre 1775 – Winchester 18 luglio 1817

Jane Austen è stata una scrittrice di romanzi vissuta durante l’epoca vittoriana, in cui molte signorine dell’alta borghesia, di cui Jane faceva parte, amavano dilettarsi con la scrittura. Jane nacque a Steventon, crebbe e visse nel Sud dell’Inghilterra in un ambiente in cui la tranquillità, la natura e le relazioni umane intessero la sua vita e le sue opere.
Jane fu la penultima di 8 fratelli, solo lei e l’amata sorella Cassandra erano femmine. Dall’amatissimo padre George, reverendo nella canonica di Steventon (Hampshire) e grande studioso ed amante di libri, ricevette una buona educazione scolare. Crebbe in un ambiente culturalmente vivace, in seno ad una famiglia amorevole, indulgente in cui regnava un clima di affetto, stima ed unione. La sua vena artistica di scrittrice si espresse già in tenera età (11 anni iniziò a scrivere la raccolta di scritti che in seguito verrà intitolataJuvenilia) e venne poi riconosciuta in famiglia ed incoraggiata dal padre stesso. Jane fu legatissima alla sorella Cassandra (1773), con cui divise e trascorse tutta la sua vita e con cui si scambiò una fitta corrispondenza epistolare, di cui ne sono giunti a noi solo pochi stralci.
I luoghi più prolifici per la sua vena letteraria furono Steventon e Chawton. Nei suoi libriscrisse solo di ciò che conosceva bene, ovvero narrava quadri di vita dell’alta borghesia, di salotti, di feste e di danze, di visite da amici e conoscenti, così come erano anche presenti aspetti di vita domestica, inserendo delle notazioni di carattere economico. I suoi dialoghi erano vivaci, con poche pennellate sapeva tratteggiare i tratti essenziali dei vari personaggi, nei suoi scritti vi era attenzione ai particolari, vena ironica, mancanza di giudizio nel descrivere i personaggi. Vi si mostrava una vivacità intellettuale dell’autrice e per certi versi un’audacia, una sicurezza unici per quell’epoca. I personaggi femminili erano eroine moderne che seppero sviluppare l’amor proprio. Jane, negli ultimi suoi romanzi, introdusse nei suoi dialoghi lo stile letterario, che svilupperà in seguito Joyce, conosciuto come “flusso di coscienza”. Jane dimostrò sempre di voler essere libera ed indipendente: libera di scrivere quel che voleva e di decidere consapevolmente di maritarsi o no e di potersi sostentare con il lavoro di scrittrice. La sua notorietà artistica l’acquisì sul finire della sua vita, nel momento in cui vennero pubblicati i suoi romanzi (1811), ma la fama dei suoi libri è per lo più postuma, così come le biografie in circolazione (la prima fu redatta dal nipote James Edward Austen-Leigh nel 1871). Morì a soli 42 anni a Winchester di una malattia ignota.

Romanzi consigliati:
Ragione e sentimento (1811)
Orgoglio e pregiudizio (1815 – considerato “suo figlio”)
Emma (1815)

a cura di Elena Sembenini

Maria Lai

L’uomo ha bisogno di mettere insieme il visibile e l’invisibile perciò elabora fiabe miti, leggende, feste, canti, arte.”

Maria Lai
(Ulassai 27 sett. 1919 – Cardedu 16 apr. 2013)

Nacque in Sardegna il 27 settembre 1919 a Ulassai, in Ogliastra. A due anni si ammalò di tifo. Il clima di montagna non favoriva la sua salute cagionevole così fu affidata agli zii che vivevano in una grande fattoria nella marina di Cardedu. Mostrò fin dall’infanzia la sua attitudine all’arte: amava disegnare le pareti bianche col carboncino.
A scuola incontrò un grande maestro: Salvatore Cambosu. La condusse all’amore per la poesia e rimase per tutta la vita suo grande amico.
Conseguito il diploma all’istituto Magistrale di Cagliari, lasciò la Sardegna e si iscrisse all’Accademia delle Belle Arti a Venezia.
Si appassionò alle leggende della terra natia, che si tradussero nella realizzazione di disegni in cui viene rappresentata la vita agro-pastorale nella sua quotidianità.
A 37 anni presso la Galleria L’Obelisco di Roma presentò i suoi disegni a matita, ma ben presto si allontanò da gallerie e artisti e per tutta la sua carriera artistica si legò profondamente al mondo della tradizione sarda, della scrittura, delle tele e dei libri cuciti, mappe astrali, azioni teatrali, terracotte e interventi ambientali.

Nel 1981, a 62 anni Maria Lai entrò nella scena dell’arte contemporanea internazionale con l’opera Legarsi alla montagna. Fu ispirata a un’antica leggenda che narra di una bambina che si reca sulla montagna per portare il pane ai pastori, quando un temporale, costringe tutti a rifugiarsi in una grotta. Lei esce per seguire un nastro celeste che vola nel cielo, così si salva da una frana che inghiotte greggi e pastori.
Per Maria la leggenda racchiude una duplice metafora: il nastro, che indica una direzione di salvezza, è un simbolo dell’arte, mentre il paese minacciato dalle frane è una metafora del mondo minacciato dalla guerra. È convinta che proprio l’esperienza del disagio e del dolore porti ad avvertire la necessità dell’arte.
Ideò un intervento che sarebbe stato l’intero paese a realizzare: propose che si legassero tutti, casa per casa, con un nastro celeste, come quando ci si prende per mano per sconfiggere la paura, e poi di portare il nastro sulla montagna per chiederle pace. Il paese collaborò tagliando il tessuto in 26 chilometri di nastro celeste.
L’8 settembre 1981, a un segnale convenuto, tutti legarono la loro abitazione a quella vicina, secondo un linguaggio dei simboli: lasciando scorrere il nastro, se tra le due case c’erano motivi di rancore, aggiungendo un nodo se esisteva un rapporto pacifico, un fiocco se erano strette da vincoli di amicizia, un pane delle feste se erano legate da un sentimento di affetto.
Legando la montagna di Ulassai ho toccato la possibilità del miracolo” diceva con umiltà. “Ancorarsi alla montagna sacra non significa solo voler scongiurare frane e guerre, ma anche riconoscere una dimensione religiosa al legame tra gli uomini, la natura il mistero.”

Fino al 16 aprile del 2013, all’età di 94 anni, ha vissuto come una contadina d’Ogliastra. Ha continuato a giocare, convinta come Schiller che “l’uomo gioca solo quando è un uomo nel pieno senso della parola.

Libri consigliati:
La Fata Operosa. Vita e opere di Maria Lai di Giovanni Rossi
Maria Lai. Arte e Relazione di Elena Pontiggia

a cura di Carla Inatelli

Ita Wegman, medico

Nella vita, proprio per raggiungere un’evoluzione spirituale, si viene spesso condotti in situazioni difficili, nelle quali la malattia può svolgere un grosso ruolo, e che sono un richiamo a fare di tutto per arrivare a situazioni nuove. Molte volte si pensa che ciò non sia possibile, ma ho sperimentato spesso che di fronte a necessità reali spesso nascono opportunità.”

Ita Wegman
(Java 22 febbraio 1876 – Arlesheim 4 marzo 1943)
Responsabile della Sezione di Medicina della Libera Università di Scienza dello Spirito di Dornach
Ita Wegman fece dell’arte medica il proprio compito di vita.
Fu donna d’iniziativa, libera, indipendente ed originale, dotata di grande coraggio interiore, capace di estrema fedeltà a sé stessa e dedizione al suo inesauribile lavoro. Portò nuovi impulsi nel campo della medicina, del massaggio, delle frizioni e dei bagni terapeutici, della nutrizione, dell’ostetricia, delle arti terapeutiche e della pedagogia curativa.
Nasce a Java, in Indonesia, da genitori coloni olandesi e trascorre la sua infanzia e giovinezza tra qui e l’Olanda, dove si diploma in educazione fisica terapeutica. Ventisettenne, si trasferisce a Berlino e partecipa alla vita culturale e artistica della città, fino a che conosce Rudolf Steiner, cui sarà legata da un’incrollabile amicizia; lui le consiglia di spostarsi a Zurigo per intraprendere gli studi in medicina verso cui è orientata. Qui vive insieme a studenti provenienti da ogni parte del mondo.
Più tardi fonda una clinica ad Arlesheim, nei pressi di Dornach (Basilea), dove nel frattempo è sorto il Goetheanum, l’edificio sede delle attività antroposofiche. Nel 1924 diventa responsabile della Sezione Medica della Libera Università di Scienza dello Spirito. Scrive con Rudolf Steiner Elementi fondamentali per un ampliamento dell’arte medica.
Dà vita assieme ai suoi collaboratori a varie cliniche in Europa, organizza corsi di formazione per giovani medici ed infermiere e fonda la casa di cura “Andrea Cristoforo” ad Ascona, nel sud della Svizzera e poco dopo “La Motta” a Brissago, dove salverà dalla deportazione e dall’eutanasia moltissimi bambini bisognosi e ospiterà e aiuterà nella guarigione profughi, orfani e adulti in crisi biografica.
Con i suoi modi autentici, il suo senso dell’umorismo, la sua energica presenza e le sue parole, calde di vivo interesse per ogni essere umano, era capace di trasmettere forze di guarigione. L’ampliamento dell’arte medica, di cui si fece portatrice, intende una trasformazione del pensare materialistico in termini di salute. Ita è stata ed è tuttora una figura di riferimento e di ispirazione per medici, educatori, pedagogisti e terapeuti.
Muore ad Arlesheim il 4 marzo 1943, circondata dall’amore dei suoi fedeli collaboratori.
Libri consigliati:
Elementi fondamentali per un ampliamento dell’arte medica di Ita Wegman e Rudolf Steiner.
Resistenza spirituale e superamento di Peter Selg.

a cura di Alessandra Fabris

Mohandas Karamchand Gandhi, avvocato, politico, filosofo

Leader del movimento non violento da lui creato per l’anticolonialismo in India, ha fatto della non violenza e della ricerca della verità i due grandi princìpi della propria vita: “i miei due polmoni, senza i quali non potrei vivere”.
L’esercizio della non violenza (Ahimsa) e la fermezza nella Verità (Satyagraha) sono così strettamente legate tra loro che è praticamente impossibile districarle e separarle l’una dall’altra. Sono come due facce di una stessa medaglia.[…]Una cosa è certa: la Non violenza è il mezzo, la Verità lo scopo.


Gandhi
(Porbandar, India, 2/10/1869 – Nuova Delhi, India, 30/01/1948)

Mohandas Karamchand Gandhi nasce in un periodo storico caratterizzato da un vento di riforme dal sapore religioso, sociale e culturale. I Gandhi appartenevano alla casta dei mercanti, al 3° posto della scala gerarchica, ma da tre generazioni erano Primi ministri in diversi stati della regione del Kathiawar, penisola nord occidentale dell’India. Il padre, Kaba Gandhi “amava la sua gente, era onesto, coraggioso e generoso, ma facile alla collera”; la madre Putlibai “era profondamente religiosa, faceva i voti più severi e li manteneva senza vacillare; per lei rispettare due o tre digiuni consecutivi era cosa da nulla”.
Essendo di natura assai timido, Gandhi non si dimostrò uno studente particolarmente brillante, né alle elementari né alle medie inferiori e superiori che frequentò tra i 10 e i 17 anni. Dopo la morte del padre e dietro suggerimento di un amico di famiglia, partì per Londra dove conseguì, all’età di 21 anni, la laurea e l’abilitazione alla professione legale, grazie alla quale portò avanti la difesa e la rivendicazione dei diritti civili degli emigrati indiani in Sud Africa per i successivi vent’anni, attraverso la pratica della non violenza e la ricerca della Verità.
Una persona verso cui Gandhi nutriva immensa devozione era lo scrittore russo Lev Tolstoj; le idee di Gandhi sulla resistenza pacifica avevano trovato conferma nell’esempio di Tolstoj di cui aveva letto Il regno di Dio è dentro di noi e tradotto Lettera a un indù. Per un anno avrà con lui uno scambio epistolare, fino alla morte dello scrittore.
All’età di 45 anni fa il suo ritorno definitivo in India: gli indiani non lo conoscevano e lui non conosceva bene l’India. Il suo mentore Gopal Krishna Gokhale gli “ordinò” così di viaggiare per il Paese con “le orecchie aperte e la bocca chiusa. La sua vita e il suo impegno sociale saranno contrassegnati dalla ferrea volontà di ottenere l’indipendenza del Paese attraverso l’esercizio della disobbedienza e non cooperazione civili. Il tentativo ultimo di risanare gli antichi contrasti tra musulmani (Pakistan) e indù (Unione indiana) verrà impedito dall’attentato mortale avvenuto a Nuova Delhi il 30 gennaio 1948, all’età di 78 anni.

Degli scritti a lui più cari va ricordato HindSwaraj (letteralmente “autogoverno dell’India”), Satyagraha in Sud Africa e Autobiografia, la storia dei miei esperimenti con la verità.

a cura di Marina Ortu