Hannah Arendt, pensatrice

«Il miracolo che preserva il mondo, la sfera delle faccende umane, dalla sua normale, “naturale” rovina è in definitiva il fatto della nascita, in cui è ontologicamente radicata la facoltà di agire. È, in altre parole, la nascita di nuovi uomini e il nuovo inizio, l’azione di cui essi sono capaci in virtù dell’essere nati. Solo la piena esperienza di questa facoltà può conferire alle cose umane fede e speranza, le due essenziali caratteristiche dell’esperienza umana che l’antichità greca ignorò completamente. È questa fede e speranza nel mondo che trova forse la sua più gloriosa e efficace espressione nelle poche parole con cui il vangelo annunciò la “lieta novella” dell’avvento: “Un bambino è nato fra noi”». Da Vita activa (1958).

Hannah Arendt
(Hannover 14 ottobre 1906 – New York 4 dicembre 1975)

Ebrea, tedesca, filosofa per formazione (fu allieva di Martin Heidegger e Karl Jaspers), Hannah Arendt dovette lasciare il suo paese nel 1933 a causa delle persecuzioni naziste e si rifugiò dapprima in Francia e poi, nel 1941, negli Stati Uniti.
Nelle sue opere vengono illuminate due parole essenziali: comprendere agire.
Per Hannah Arendt comprendere significa «affrontare spregiudicatamente, attentamente la realtà, qualunque essa sia». Ella impiegò le sue doti e le sue energie intellettuali per “comprendere” i terribili eventi che si erano succeduti nell’Europa della prima e l’aiuto del marito Heinrich Blücher, scrisse la fondamentale opera Le origini del totalitarismo (1951).
Nel 1958 pubblicò invece Vita activa, un’opera che mette al centro l’azione politica, l’azione compiuta insieme agli altri a partire dalla propria capacità di pensare in autonomia e libertà. Un’azione che si collega alla capacità di iniziare, di «prendere un’iniziativa, […] mettere in movimento qualcosa». Solo l’essere umano è capace di tale iniziativa.

a cura di Cristina Cristante