Lo sguardo: guardare, vedere, osservare

Sono partita da un’affermazione: lo sguardo dà esistenza, riconoscimento, accettazione, approvazione, può riscaldare, rilassare, aprire, permettere, accarezzare, guarire; se è uno sguardo amorevole e non giudicante, invece se lo sguardo è severo, minacciante, cinico, sprezzante può produrre complessi, ferite e malattie animiche profonde.

Ho pensato di fare delle interviste e lasciare la gente esprimersi, senza fare tante domande.

Ho notato che il mio interesse nell’opinione e pensiero di queste persone ha fatto sì che queste si siano aperte in modo molto trasparente e onesto, al di là del loro interesse per il tema; la mia disposizione all’ascolto offriva una carezza tenera per parlare di ciò che c’è nel profondo delle loro anime.

L’ascolto in sé è già uno sguardo, interessarmi a quello che quella persona in particolare può pensare, sentire o dire è un modo di guardare davvero, un modo di essere presente, un dono del mio tempo, attenzione e interesse che non cerca alcuna ricompensa, soltanto aprirsi a ciò che succede in questa relazione in questo momento.

Una carezza a chi soffre è uno sguardo, fare qualcosa per l’altro pensando all’altro è uno sguardo. Evidentemente, non si guarda soltanto con gli occhi. Forse tutti noi guardiamo con ognuno dei nostri sensi.

Ho raccolto preziosissime informazioni ed esperienze, ne condivido con voi soltanto alcune:

M.G.T. 13 anni: Il mio papà, lui ha uno sguardo molto serio; quando ti parla è lì, realmente presente, pensa sempre a ciò che io gli dico, segue il mio pensiero, non ha dei giudizi. Questo sguardo non l’ho mai visto in nessuno.

U.G.T. 19 anni: Mi stupisce lo sguardo dei bambini e la loro capacità di meravigliarsi. Oggi è come se tutti hanno perso questa capacità, non c’è niente da scoprire. Se niente mi sorprende vuol dire che sono morta, non sono sensibile a ciò che vedo, niente mi “tocca”. La percezione come uno sguardo più profondo è una possibilità di scoprire l’altro, ciò che c’è di nuovo nell’altro.I giovani oggi, per una questione di moda e di convenzioni sociali, sono molto presi da ciò che appartiene all’immagine del corpo fisico, tutto passa per quello che si vede dall’esterno, e niente dello sguardo di ciò che succede all’interno.

G.B. 40 anni: Sento di non essere stata mai vista, a parte due persone,mio marito ed un terapeuta che mi haaiutata nei miei momenti di vita più difficili.

Lo sguardo è come se fosse il tramite di qualcosa che sta dentro e può uscire e andare verso gli altri tramite gli occhi.Attraverso lo sguardo possono passare i giudizi, tutti i pensieri, tutte le rigidità, la tua esperienza che ha impresso nel fisico; e se non fai un lavoro su te stesso non riesci ad ammorbidirlo. È qualcosa che viene dall’anima. Lo sguardo è la possibilità di guardare il mondo attraverso la nostra anima, e attraverso cui tu puoi vedere l’anima della persona che hai davanti. Fisicamente uno sguardo severo è come un crampo che ti indurisce.Non si percepisce solo con gli occhi, quasi non devi guardare per percepire. Per osservare i miei moti devo stare in silenzio, il mio animo deve essere in quiete.

M.P. 42 anni: Si è molto commossa quando scopre quantoimportante sia stata per lei lo sguardo di quella maestra della scuola elementare e lo sguardo non giudicante di un suo caro amico.

G.R. 50 anni: L’identità, il concetto di sé stessi, quello che uno sa di sé stesso si costruiscono a partire dallo sguardo dei nostri genitori o delle persone che si prendono cura di noi dalla nascita e, a seconda di come loro ci guardano, ci vediamo a noi stessi. Non ho mai avuto dubbi sull’amore dei miei, ma non misono mai sentito veramente visto.

G.T. 45 anni: Io ancora non riesco a prescindere dallo sguardo della mia mamma, qualsiasi cosa io faccia mi chiedo cosa ne penserebbe lei, come vedrebbe questa mia decisione, se lei mi vedesse in questo momento, cosa mi direbbe.

Piero Ferrucci, nel suo libro La forza della gentilezza,dice che la parola rispetto viene del latino “respicere”, che significa “vedere”, e che il rispetto nasconde un sacco di creatività e vitalità.

«Lo sguardo con cui guardiamo agli altri non è neutrale. Quello che vediamo lo trasformiamo. Vedendo diamo vita. La nostra attenzione porta energia, non guardare la toglie. Afferma che uno si sente rispettato se è visto per ciò che è. E chi sono io davvero? – Questa sì è una bella domanda! –Io sono ciò per cui vorrei essere apprezzato e ricordato. Io sono ciò che c’è di meglio in me: di unico, simpatico, originale, amorevole, forte. Magari questi tratti emergono raramente. Forse non sono mai emersi, ma hanno ancora la possibilità di farlo. Io sono la mia realtà di ogni giorno, quel che provo via via: rabbia, desiderio, speranza, dolore. Sono anche, magari soprattutto, ciò che potrei essere e non sono ancora stato o forse, sono stato brevemente nei miei momenti migliori.Se questa parte di me viene ignorata, sono ferito nellanima, quella che da bambini proviamo quando siamo visti non per ciò che siamo – unanima piena di potenzialità meravigliosa di amore, intelligenza e creatività – ma solo come un bambino capriccioso e difficile, magari, o un delizioso soprammobile da esibire, o un possesso di cui vantarsi, o una grande rottura di scatole. Se il vero sé non è visto, siamo feriti, e questa ferita ci accompagnerà nelletà adulta. Peressere accettati taglieremo la connessione con la nostra vera anima, cioè con tutto ciò che per noi conta, continueremo a sopravvivere, anziché vivere.Lo sguardo dunque è soggettivo e creativo. È soggettivo perché cambia a seconda di come noi ci sentiamo, di quello che pensiamo o vogliamo pensare in quel momento, delle nostre esperienze passate e delle nostre speranze per il futuro. Ed è creativo perché, invece di lasciare le cose come stanno,tocca una persona e la trasforma. (Piero Ferrucci, La forza della gentilezza, p. 132)

Quello che mi colpisce dello sguardo, come della vera percezione, è la possibilità di arrivare all’essenza. Cosa vuol dire arrivare all’essenza? Lapossibilità di scoprire ciò che c’è di Eterno e di realmente Vero in tutto quello che mi circonda.

Si dice che gli aborigeni dell’America, quando si sono avvicinate le navi degli spagnoli, non le vedevano, per loro era come un miraggio, poiché il loro cervello non riusciva a capire un’immagine del tutto sconosciuta per il loro mondo simbolico.

Forse tutto ciò non è mai stato così, ma è vero che quello che non appartiene al nostro mondo simbolico ci risulta evidentemente difficile da percepire, capire o,addirittura, accettare. Per guardare realmente ci vuole tantissimo amore, guardare non èaltro che amare, e tutti abbiamo bisogno di essere visti, di essere amati.

A cura di Mariela Tozzi